L’imbarazzo di fronte al lavoro letterario di Daniil Charms (Disastri, Einaudi) che con i suoi racconti tanto assurdi quanto brevi non sembra dire nulla se non mettere in evidenza quanto sia ridicolo aspirare a scrivere racconti. Quanta complicità ci sia tra tutti noi – scrittori, scrivani, scribacchini, lettori, non lettori – perché la cosa che chiamiamo “letteratura” esista e abbia senso. Quanta complicità c’è nel prendersi così sul serio. (Quand’è che si vive? chiedeva Oblomov).
Inoltre l’opera dissacrante di Charms, soprattutto quei racconti che hanno per protagonisti gli scrittori che fanno cose ridicole (Turgenev parte sempre per Baden Baden), aiuta a capire come gli autori siano spesso, molto spesso, molto inferiori alla propria opera.
Italo Calvino scrisse proprio di questo (Una pietra sopra, Einaudi): gli autori sono quasi sempre inferiori alla propria opera e le due cose, autore e opera, non si dovrebbero confondere, come fanno in molti. L’opera e l’autore andrebbero tenuti distinti. Il che mi fa pensare a quel monaco che portando il manoscritto al suo maestro, si sentì chiedere “di cosa parla?”, “non lo so”, rispose lui, “e chi lo sa allora?”, chiese il maestro, e il monaco “Il libro lo sa” (E. Jabés, Il libro della sovversione non sospetta, Feltrinelli).