Q, di Luther Blisset

Questa è una recensione a posteriori. Tutte le recensioni lo sono, ma questa è molto a posteriori. Recensendo Mensaleri, di Wu Ming 2, mi sono reso conto che non avevo scritto nulla di Q e quindi questo post viene scritto dopo quasi vent’anni dalla lettura del romanzo.

Ci sono romanzi che hanno segnato la mia crescita e di cui, prima o poi, scriverò qui: Odile, di R. Queneau; Claire de femme, di R. Gary; La nausea di J.P. Sartre; Il mito di Sisifo di A. Camus; L’uomo senza qualità, di R. Musil; L’Aleph di J.L. Borges; I malavoglia, di G. Verga… e altri ancora

Ricordo benissimo Luther Blisset, calciatore inglese, centravanti, che giocava nel Milan nel 1983-84 con risultati deludenti. Il fatto che sia diventato per un certo periodo un nome multiplo adottato negli anni Novanta da centinaia di attivisti, artisti e performer in tutta Europa — particolarmente attivi in Italia — per firmare azioni di guerriglia mediatica, beffe ai danni dei mass media e opere artistiche collettive, mi ha sempre fatto piacere. La chiave ironica e provocatoria della scelta per me nascondeva anche il fatto che le vie della redenzione sono infinite. Blisset, da calciatore scarso è diventato un nome di un autore di un capolavoro. Q.

Come ho detto, ho letto Q tanti anni fa e l’ho letto per 36 ore di seguito, giusto un po’ di pausa per dormire. L’ho letto perché avrei incontrato per la prima volta uno degli autori. L’ho letto perché parlava di un periodo storico che credo sia fondamentale per la storia di Italia e d’Europa. L’ho letto così perché mi ha completamente rapito.

Q scritto nel 1999, è un romanzo storico che attraversa trent’anni di storia europea (1517-1555), seguendo un anabattista senza nome braccato dalla spia pontificia Q. Ma sotto la superficie dell’avventura picaresca si cela, per me, tra le tante cose una riflessione amara su un’occasione mancata. Una ricostruzione storica imponente e appassionante: Riforma, guerra dei contadini, assedio di Münster vengono restituiti con vividezza cinematografica. La tensione narrativa regge per oltre seicento pagine, e il tema dell’identità mutevole risulta straordinariamente attuale. L’operazione culturale — scrittura collettiva, copyleft — conferisce al libro una dimensione meta-letteraria unica.

Il vero cuore del romanzo è la mancata riforma della Chiesa e le sue conseguenze per l’Italia. Mentre il nord Europa protestante diventava il laboratorio della modernità, l’Italia si chiudeva nella Controriforma, perdendo il primato rinascimentale. Q, la spia, incarna l’apparato che impedì all’Italia di partecipare alla costruzione dell’Europa moderna. E per un voto. Un po’di fango, fuori Roma, e la storia non fu più la stessa.

Luther Blisset diventerà poi Wu Ming, collettivo di scrittori con numerosi romanzi storici e non solo, di grande fattura. Li ho letti tutti o quasi, sia quelli collettivi che quelli scritti da singoli, prima o poi recensirò anche quelli.

Mensaleri, di Wu Ming 2

Mensaleri è l’ultimo romanzo di Wu Ming 2, membro fondatore del collettivo narrativo Wu Ming, autore di opere che hanno segnato la letteratura italiana contemporanea a partire da Q (1999), firmato come Luther Blissett.

Il romanzo si sviluppa come una saga di oltre un secolo, dall’unificazione italiana fino agli anni Novanta del Novecento. Al centro della narrazione troviamo la cartiera Carmen (abbreviazione di Cartiera Mensa), costruita nel 1868 da Nazzaro Mensa sull’isola immaginaria di Parpai, lungo il fiume Leri. Di fronte allo stabilimento sorge Mensaleri, il villaggio operaio che prende il nome dalla famiglia fondatrice. Il progetto appare come il sogno di un imprenditore illuminato, il tipico paternalista di fine Ottocento, ma intorno a Nazzaro non ci sono solo ingegneri e tecnici: c’è anche un mago che legge i tarocchi e lo affianca nelle decisioni. E c’è un antico rituale attorno ai bachi da seta, una Madonna troppo svestita e vestali custodi di un antico segreto. La seconda linea temporale si apre nel 1995, quando la cartiera cade in disuso e il villaggio entra in crisi. Compare allora Riniero Mensa, pronipote del fondatore, con un ambizioso progetto di riconversione che promette di coniugare lavoro, ambiente e rigenerazione urbana. A dare voce alla memoria del villaggio viene chiamata Toni Pohlmann, regista teatrale, insieme alla figlia adolescente Neda. Entrambe scopriranno segreti rimossi, presenze inquietanti e conflitti mai sopiti.

Mensaleri è un romanzo complesso e stratificato, che coniuga la ricerca storica tipica del collettivo Wu Ming con elementi gotici, magici e di critica sociale. Lo fa con una scrittura rigorosa, sempre asciutta, mai enfatica, che non cede mai al bel gesto fine a se stesso. Del resto, il percorso artistico dei Wu Ming, insieme o come solisti, è uno dei più originali e interessanti del panorama italiano. A venticinque anni dall’esordio, i Wu Ming sono ancora (purtroppo) un unicum nella letteratura italiana: un esperimento di scrittura collettiva, di impegno politico-culturale e di narrazione storica che ha generato tanto entusiasmo quanto diffidenza, tanto studio accademico quanto polemica giornalistica. Indubbiamente, però sono un gruppo di scrittori con cui è bene confrontarsi, imprescindibili nel panorama artistico italiano. Il loro lavoro è caratterizzato da una coerenza e serietà da studiosi (di storia, innanzitutto, ma non solo) prima che da letterati, ed una ricerca di forme di dissidenza, di smarcamento dal modo usuale di fare “lo scrittore” o scrittura (si veda i loro spettacoli) che meritano attenzione e approfondimento. Il loro modo di riscrivere secondo linee aggiornate una visione “comunista” del mondo e delle sue dinamiche sociali, di classe, sarà anche criticabile, ma non è banale.

“Q”, scritto nel 1999 con gli autori neanche trentenni, è senza ombra di dubbio un capolavoro che segna una modalità di stare nella letteratura italiana che, almeno a mia conoscenza, non aveva (e non ha) precedenti, (né conseguenti). Una letteratura robusta che non cede a nessuna tentazione per il biografico, l’autobiografico o l’auto fiction. E Mensaleri non delude. Come sempre si avverte il grande lavoro di archivio, di studio, di precisione storica. Come sempre c’è una critica al capitalismo d’antan, alle sue forme che ha assunto nella storia, quasi sempre menzognere, perché, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo più spesso, il capitalismo è una delle forme di sfruttamento delle persone più riuscite della storia. Anche in Mensaleri torna il particolare sguardo sul mondo dei lavoratori, della fabbrica, che tanta parte della nostra cultura ha segnato e che ahimé oramai è quasi scomparso e che ha da tempo smesso di essere rivoluzionario, per essere l’avanguardia di posizioni reazionarie. Come sempre c’è una scrittura equilibrata, pulita, sorvegliata, padroneggiata, al massimo, e di cui ho apprezzato tantissimo le parti scritte alla seconda persona plurale che danno una particolare enfasi al racconto. E proprio la coralità delle voci, il respiro secolare della narrazione e l’intreccio tra reale e fantastico ne fanno un’opera avvincente che interroga il rapporto tra lavoro, comunità e memoria.

Einaudi, Stile Libero, settembre 2025, pp. 469, € 21

Per approfondire il lavoro dei Wu Ming visita il loro sito Giap

Gli aquiloni, di Romain Gary

Prima di questo ho letto Cane Bianco e ancor prima ho riletto Clair de femme. E poi ho riletto La promessa dell’alba e La notte sarà calma… insomma Romain Gary è uno dei miei autori preferiti.

Pubblicato nel 1980, pochi mesi prima della morte, Gli aquiloni è l’ultimo romanzo di Gary. La storia è quella di due ragazzi che si amano e crescono prima, durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ludo e Lila si conoscono bambini in Normandia, nel villaggio di Cléry, dove lo zio di Ludo gestisce un piccolo albergo. Lei è polacca, ebrea, figlia di un ricco commerciante. Lui è un ragazzo di campagna che sogna di diventare un eroe. Il loro amore nasce tra gli aquiloni che Ludo costruisce e fa volare – aquiloni sempre più grandi, sempre più belli, sempre più impossibili – e cresce negli anni prima della guerra, quando tutto sembra ancora possibile. Poi arriva il 1940, l’occupazione nazista, la Resistenza. Ludo diventa aviatore della France Libre, combatte al fianco degli inglesi. Lila e la sua famiglia si nascondono, scappano, cercano di sopravvivere. E gli aquiloni diventano il simbolo di un amore che resiste alla distanza, alla guerra, alla Storia stessa. Gary costruisce un romanzo dove la dimensione privata e quella collettiva si intrecciano continuamente. La storia d’amore tra Ludo e Lila è anche la storia della Francia occupata, della Resistenza, della Shoah. E Gary non risparmia niente al lettore: la violenza dell’occupazione, l’orrore dei campi di sterminio, il tradimento, la paura. Ma anche la bellezza, il coraggio, la fedeltà. Quello che mi colpisce sempre di Roman Gary, è la lucidità dello sguardo. Non c’è retorica, non c’è sentimentalismo. C’è invece una consapevolezza profonda della condizione umana, della sua fragilità e della sua grandezza. Gary sa che l’amore non salva dall’assurdità del mondo, ma sa anche che è l’unica cosa che rende il mondo sopportabile. Gli aquiloni è un romanzo sulla memoria, sulla necessità di ricordare. È un romanzo sull’impossibilità di tornare indietro, sul peso della Storia sulle vite individuali. Ma è anche un romanzo sulla bellezza, su quegli aquiloni che continuano a volare anche quando tutto sembra perduto. E il finale… beh, il finale è Gary. Intenso, struggente, necessario.

Se volete saperne di più, potete leggere qui.

Gli aquiloni, di Romain Gary (Neri Pozza, 2017 (1980))

Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi

Pubblicato nel 2022, “Ferrovie del Messico” è un diventato un caso editoriale, ha vinto numerosi premi, è stato tradotto in più lingue, ed è stato acclamato dalla critica: oltre 800 pagine nelle quali si diluisce una trama, apparentemente semplice, è ambientata nel febbraio 1944 ad Asti, durante la Repubblica di Salò. Francesco “Cesco” Magetti, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, tormentato dal mal di denti, riceve un ordine assurdo dall’alto (dalle gerarchie naziste): compilare una mappa delle ferrovie del Messico. Per farlo, deve trovare un libro misterioso, la Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di Gustavo Adolfo Baz, che forse esiste, forse no. Attorno a questo Griffi costruisce è un romanzo corale pieno di personaggi speciali. Ci sono: Tilde Giordano, ragazza folle e colta di cui Cesco si innamora; Steno, partigiano senz’armi; don Tiberio, prete confinato per le sue “insane passioni”; Epa, cartografo samoano; persino Hitler ed Eva, ritratti in modo satirico mentre litigano sull’uso degli anglicismi. La qualità della scrittura è indiscutibile. Griffi padroneggia una grande varietà di registri linguistici: passa dal colloquiale al poetico, dal dialetto alla prosa lirica, dall’italiano colto alle parlate regionali. Gli elenchi infiniti – pagine dedicate all’accumulo di descrizioni, colori, figure mitologiche – rappresentano momenti di virtuosismo letterario che rimandano a Gadda, Joyce, Borges, alla grande tradizione della letteratura enciclopedica. Un virtuosismo che a volte può risultare un po’ fine a se stesso. L’ambizione di “contenere tutto”, quella che Marco Drago nella postfazione definisce la possibilità di un libro che “potrebbe non finire mai”, si può trasformare anche in un limite. Le digressioni generano altre digressioni, i personaggi si moltiplicano, i piani narrativi si accumulano, e il lettore rischia di smarrirsi non per la bellezza del labirinto, ma per la fatica del percorso. Intendiamoci, questa considerazione non sminuisce il valore dell’opera. Forse la identifica. La definisce. Poi ognuno ha i suoi gusti. Ferrovie potrebbe essere disturbante, ma è anche chiara l’aspirazione a ridefinire le possibilità della narrativa. Chi ama la letteratura che osa, che non teme di perdersi nelle sue digressioni, che costruisce universi infiniti attraverso la parola, troverà in questo libro un’esperienza unica. Gli altri potrebbero preferire narrazioni più asciutte, più contenute, più equilibrate, dove emerge meno la volontà di autore di mettersi in mostra o in monstre. Ed è legittimo. Personalmente, sono felice di aver letto questo romanzo. Mi ha fatto riflettere sulla scrittura, sull’equilibrio, sul coraggio necessario per tentare l’impossibile, sulla forza di un desiderio, su cosa mi piace, alla fine.


Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, Laurana Editore, 2022.

La promessa dell’alba, di Romain Gary

Pubblicato nel 1960 da Gallimard, dopo il successo del suo romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo), che nel 1956 gli aveva fatto vincere il Premio Goncourt (massimo riconoscimento letterario francese, che non si può assegnare due volte e che Gary ha vinto due volte! ma questa è un’altra storia), primo romanzo ecologista, Gary (il cui vero nome è Roman Kacew) è a un momento di svolta personale: ha intrapreso la carriera diplomatica dopo aver partecipato alla guerra da protagonista e sta iniziando a concepire la scrittura come una seconda vita, o meglio come una messa in scena della vita stessa. È una forma di no fiction che ritroveremo in modo ancora più esplicito in Cane bianco e che precede la moda della no-fiction o di quell’autobiografia romanzata che in Emmanuel Carrère ha trovato la sua forma più compiuta. Con La promesse de l’aube Gary racconta la sua infanzia in Lituania e in Polonia, l’emigrazione in Francia, ma soprattutto l’amore smisurato e determinato della madre e il suo sogno, del tutto incongruo, assurdo, di vedere suo figlio diventare un grande uomo (uno scrittore francese, un diplomatico!). E il finale è uno dei più belli che io abbia mai letto.

La vie heureuse, di David Foenkinos

Noi tutti, a un certo momento della nostra esistenza, vogliamo essere un altro. C’è un grande desiderio di morire e rinascere», scrive David Foenkinos

La vie heureuse di David Foenkinos è il suo ultimo romanzo (2025, Gallimard) che si muove sul confine tra il quotidiano e l’assurdo, tra il desiderio di vivere e la tentazione di sparire. Il protagonista, Éric, è un uomo che sebbene realizzato appare ultimamente piuttosto spento. Divorziato per assenza di stimoli, un lavoro dove eccelle ma che non lo entusiasma più, un figlio che vede poco e che lo considera ancora meno. Ad un certo punto, in un viaggio di lavora in Corea, sparisce dai radar della collega che lo aspetta invano. Cosa succede? Dov’è finito? Perché sparisce così?

Foenkinos, con la sua scrittura limpida e ironica, affronta un tema universale: il bisogno di cambiare vita, di essere, almeno per un attimo qualcun altro. Ma affronta anche un altro tema, più indirettamente: quello di dare un senso appropriato alla propria esistenza. Nella ricerca di essere un’altra persona, va aggiunto anche il bisogno di senso, che ad un certo punto preme di più. Eccellere, diventare bravi, apprezzati, vincere qualcosa, non basta più. La narrazione alterna momenti di malinconia a lampi di comicità, riflessioni profonde a scene di disarmante semplicità. Foenkinos conferma la sua abilità nel far convivere ironia e introspezione, ma sceglie volutamente di non costruire personaggi eroici o memorabili: sono figure fragili, specchi di una condizione diffusa, dove la ricerca di senso è più importante della trama. Un libro che ho letto in viaggio, dall’aeroporto a casa e che in pochi giorni s’è consumato, con leggerezza, acume e ironia, tratti tipici della scrittura di Foenkinos. Forse un grande artigiano del romanzo, forse uno scrittore notevole. Non ho ancora deciso. Ancora qualche romanzo.

David Foenkinos, invito alla lettura

C’è un altro filone di romanzi che cerco costantemente: quelli che introducono del romanzo qualcosa che ha a che fare con lo scrivere romanzi. La famiglia Martin, di David Foenkinos, è un esempio perfetto: la storia comincia quando l’autore decide di entrare per davvero in una famiglia qualunque, facendone i protagonisti di un libro che si sta scrivendo davanti ai nostri occhi.

David Foenkinos scrive con una leggerezza, semplicità, costante ironia. È una voce chiara e riconoscibile. Le sue storie sembrano iniziare per caso, come incontri imprevisti o piccoli dettagli quotidiani, ma presto si aprono a riflessioni più ampie, spesso con un tono ironico e malinconico insieme.
Non che siano saggi filosofici, sembrano piuttosto orientati al filone de “la-bellezza-della-vita-è-nelle-cose-quotidiane”.

Un altro gustosissimo romanzo è Numero due. Dove si racconta la storia del bambino che avrebbe potuto essere Harry Potter al posto di Daniel Radcliffe. Nel 1999, quando si tennero i provini per il film, migliaia di ragazzi si presentarono. Uno arrivò in finale, ma fu scartato all’ultimo. Foenkinos immagina la sua vita: cosa significa crescere sapendo di aver mancato, per un soffio, l’occasione che avrebbe cambiato tutto? Ne viene fuori un romanzo tenero e crudele insieme, che parla di destino, fallimento, successo e delle traiettorie imprevedibili che segnano un’esistenza. È poi è un bell’esempio di sì fiction, ovvero una storia finta (credo) che però usa persone reali per essere raccontata.

Insomma, due piccoli esempi – ma anche Il mistero di Henry Pick merita assai – di come leggere Foenkinos possa essere un’esperienza letteraria particolare e intrigante.

Elogio per Adamsberg

A margine de La trilogia Adamsberg: L’uomo dei cerchi azzurri-L’uomo a rovescio-Parti in fretta e non tornare 

Adamsberg è un poliziotto inventato da Fred Vargas, alias di Frédérique Audoin-Rouzeau, un’archeozoologa e storica francese, nata nel 1957. È un poliziotto sui generis, forse l’antitesi di Sherlock Holmes. Svagato, poco attento, poco disciplinato, non particolare. Risolve i casi più con l’intuizione che con la logica. Roba da far rabbrividire un amante dei polar serio. Ma non si legge Vargas per il polar. Si legge Vargas per entrare nelle atmosfere rarefatte e quasi magiche di questo universo fatto di bruma e tanti dettagli. Si legge Vargas perché questa è letteratura, bellezza, altro che giallo. Adamsberg mi ricorda Wallander, l’altro poliziotto dolente inventato da Henning Mankel, svedese. Un modo di creare poliziotti e polizieschi che trascende il genere, lo amplia, lo articola e lo rende più profondo. Baricco, che se ne intende, riconosce in lei “strepitosa qualità della scrittura”, frasi ben calibrate, dialoghi impeccabili, aggettivi scelti con cura, ritmo elegante e un’elegante ironia narrativa. Parla anche di Adamsberg come di un personaggio la cui arte sta nel creare “parentesi di nulla” nella vita quotidiana, momenti sospesi in cui la trama inevitabilmente rallenta per lasciare spazio all’intuizione e alla incertezza . Ecco, se Joel Dicker è la Formula 1 del poliziesco, Vargas è il suo Cammino di Santiago. Inutile dire che il primo è noioso proprio come una gara di formula 1, la seconda è quasi un percorso di crescita spirituale.

P.s. Ancora meglio la seconda trilogia di Adamsberg. Da non perdere.

Michele Mari, obbligo di lettura

Se in Italia c’è uno scrittore con la S maiuscola, uno di quelli che quando leggi, non pensi “beh questo lo posso fare anche io”, ma bensì “forse è meglio che investa più tempo nell’arte nobile del giardinaggio” questi è Michele Mari. Ho letto per ora tre sue cose: Rosso Floyd, Rodderick Duddle, Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Ho iniziato e non ho finito altri tre sui libri, ma più per motivi miei che suoi. Comunque. A me bastano quei tre per dire che se uno cerca, come io cerco, cose particolari, trasversali, inclassificabili, beh, Mari offre molte risorse.

Rosso Floyd non è una biografia dei Pink Floyd, e nemmeno un romanzo nel senso tradizionale. È un coro di voci: musicisti, mogli, tecnici, amici, giornalisti, tutti parlano, ricordano, raccontano brandelli di vita e di musica. Il risultato è un mosaico che restituisce la grandezza e le ferite di una band che ha segnato un’epoca. Quello che mi ha colpito è l’intensità della scrittura di Mari: ogni voce sembra vera, ogni frammento diventa parte di un’unica polifonia che è letteraria prima ancora che musicale. È un libro che non si limita a “raccontare i Pink Floyd”: li reinventa, li trasforma e ce li restituisce in modo del tutto personale.

Darò conto di altre letture di suoi testi. Senza dubbio.

Non tutto il bene viene per…

C’è un detto equivalente, al positivo, di non tutto il male viene per nuocere? Non sempre il bene fa bene, e il libro di Bacà parte da questo presupposto. Ho chiesto a ChatGPT di preparare una recensione per questo libro di Fabio Bacà, ma almeno nelle tre versioni che ho provato a farle fare, diceva cose inappropriate. Un libro difficile da catalogare? Scritto in modo molto particolare, unico, direi, a volte molto contorto, ma sempre divertente, brillante, ironico, è un libro che parte dalla situazione per cui un inglese (perché un inglese? Perché è ambientato a Londra?) ad un certo punto avverte di avere la fortuna dalla sua parte in un modo statisticamente (e lui è uno statistico) inaccettabile. E la cosa gli pare comunque inaccettabile: perché tanta fortuna? E già? Se le cose girano tutte bene c’è qualcosa che non va… E cosa succede allora? Pur non essendo minimamente un thriller tiene avvinghiato il lettore che vuol capire cosa sta accadendo e dove si andrà a parare. In che modo si ristabilirà l’equilibrio? Perché comunque occorre trovare un equilibrio. È pur sempre una questione statistica. Il finale mi ha molto sorpreso.

La scienza come romanzo…

Da sempre mi attirano i libri che non sanno stare dentro un confine di genere, soprattutto tra narrativa e saggio. Forse perché anche io, scrivendo Dissoluzioni, mi sono nutrito di testi così: penso a HHhH di Laurent Binet (di cui ho già scritto qui), a L’avversario e a gran parte dell’opera di Emmanuel Carrère, ma anche a Sebald, a Ernaux e ad altri ancora. Sono libri che raccontano cose reali con gli strumenti della finzione, o che inventano per spiegare meglio ciò che è realmente accaduto.

Il libro di Benjamin Labatut, Quando abbiamo smesso di comprendere il mondo, appartiene pienamente a questa categoria di oggetti ibridi, e lo fa con un’intensità particolare. Parla di scienza, di scoperte, di riflessioni matematiche e fisiche, ma lo fa in una forma che destabilizza: non sai mai fino in fondo se ciò che leggi sia reale, ispirato al reale o completamente inventato. Eppure funziona, ed è proprio questo continuo slittamento a renderlo affascinante e intrigante.

Quello che mi conquista è la possibilità di leggere biografie e teorie matematiche come fossero parabole, racconti mitici, metafore della condizione umana. Non è la trama a trascinarmi, ma l’oscillazione costante tra sapere e immaginazione, tra cronaca e invenzione.

Labatut, giovane scrittore cileno, mostra come oggi non si debba (o forse non si possa più) scegliere un unico registro: la scrittura può essere insieme invenzione, documento, riflessione critica e poesia. Certo, in questo processo i confini della realtà si sfaldano, come accade in Dissoluzioni: la verità, l’autenticità, la coerenza morale vengono messe in discussione. Ma proprio da questa frattura nascono possibilità nuove, letterarie e conoscitive, per affrontare la complessità del mondo.

Puoi trovare il libro qui

Si vive solo due volte…

Ho comprato questo libro attratto dalla copertina. Adelphi continua a regalarci – si fa per dire – edizioni di rara bellezza, e questa collana tutta nera non smentisce la qualità grafica della casa editrice. Solo in un secondo momento ho scoperto che si trattava di un romanzo di Ian Fleming, con un’avventura di James Bond. Non avevo mai letto nulla di Bond: l’ho fatto adesso.

Durante la lettura riaffioravano alla mente immagini di Sean Connery e Roger Moore, anche se non ero sicuro di ricordare bene: in realtà ho visto pochi film della saga, almeno fino all’arrivo di Daniel Craig. A colpirmi, più che l’intreccio, è stata la ricchezza dei riferimenti alla cultura giapponese e al contesto internazionale dei primi anni Sessanta. Anche nella traduzione italiana si percepisce la qualità della scrittura: descrizioni precise, dialoghi scattanti, dettagli ben calibrati. Fleming, come osserva Umberto Eco, “è più colto di quanto lasci intendere”.

Su Bond si potrebbe discutere a lungo. Prima di leggere Fleming, avevo assorbito l’idea – soprattutto dalle riflessioni di Eco e da qualche film visto qua e là – che Bond fosse una figura piatta, psicologicamente inesistente. Invece, almeno in questo volume, qualcosa affiora: un accenno di complessità, una vibrazione più umana. Credo che questo abbia offerto poi la possibilità di rendere più spessa, umana, complessa la sua figura con l’arrivo di Daniel Craig e i registi che l’hanno diretto.

Di tutto il libro però mi è rimasta l’epigrafe, un haiku inventato da Bond nello stile di Bashō: un modo molto azzeccato di rendere conto di una verità:

“Si vive solo due volte:

una volta quando si nasce

e una volta quando si guarda la morte in faccia.”

Infine, giusto per divertimento, constato come in questo romanzo la donna del cattivo sia descritta come “molto brutta”. Di solito, le donne dei cattivi sono molto belle, appariscenti, iperfemminili. Al limite non sono molto sveglie (stanno con l’uomo sbagliato!). Qui invece Fleming non si piega allo stereotipo e descrive come brutta, quasi mostruosa, la donna del cattivo Blofeld. Ci sarebbe da approfondire.

Se vuoi vedere il libro può andare qui


Ritorno a casa…

Il leopardo di ghiaccio non è solo un diario di esplorazione in Kenya e Ruanda. È un’immersione silenziosa in un mondo dove la natura parla un linguaggio antico, che non abbiamo mai smesso davvero di capire. Aaron Latham segue le orme della zoologa Dian Fossey, i gorilla tra le nebbie, le leggende africane. S’immerge in storie e culture diverse in quel luogo speciale che è la Valle del Rift da dove forse tutti noi veniamo. Ed è questa la vera esplorazione: perché si prova qualcosa di speciale in quel posto? La risposta che affiora è questa: la memoria genetica. Latham scrive come se ci fosse qualcosa nel nostro sangue – nei nostri sensi, nei nostri sogni – che riconosce quei luoghi prima ancora di averli visti. Come se, nonostante i secoli, i chilometri, le culture, fossimo sempre rimasti lì, senza mai andarcene veramente, figli della savana, orfani del rumore del vento tra le foglie larghe, dei suoni gutturali degli animali notturni, delle tracce nella terra rossa.

Il libro si muove su due piani: la narrazione del viaggio reale, con la famiglia e le loro peripezie e la riflessione costante che l’autore fa su se stesso e il confronto con ciò che sta vivendo, immerso com’è, in una natura che lo sovrasta.

Propizio è avere ove recarsi, di Emmanuel Carrère

Non so come sia possibile che io non abbia quasi mai recensito un libro di Emmanuel Carrère, uno dei miei autore preferiti.

Chiaramente, ho letto quasi tutto di lui… E così sto rileggendo. Questi giorni, cercando l’ispirazione per la forma di un nuovo libro, sto rileggendo la sua opera. Adesso sto rileggendo Il Regno, racconto del periodo cattolico di Carrère e anche biografia semi inventata di Luca. Ma intanto ho finito questa raccolta di saggi. Si tratta di una raccolta di reportage, interventi, saggi scritti tra il 1990 e il 2015. Alcuni mostrano il loro limite temporale, altri meno. Il titolo, tratto dall’I Ching, suggerisce un orientamento favorevole quando la vita offre molte strade – ed è esattamente ciò che il libro offre: molte strade, molte storie, una prospettiva, la sua. Carrère parla di Romania post‑Ceaușescu, di tribunali francesi, di casi umani al limite del sopportabile, della Russia di Putin, del mondo assurdo del Forum di Davos e della sua ricerca dell’“uomo dei dadi” – uno che decideva ttutto nella propria vita lanciando dadi. Ogni viaggio diventa occasione di riflessione sul proprio lavoro, sull’etica del narratore e sul confine tra racconto e vita. La scrittura è nitida, levigata, ironica: uno stile limpido e ritmato che incanta e tiene avvinghiati alle pagine, anche quando l’io narrante – ego centrale e trasparente – costituisce l’oggetto di osservazione più vivido. Il rischio è che, dopo un po’, la sua presenza diventi ingombrante. Allora viene la voglia di dire all’autore quello che Mario Monicelli diceva a Nanni Moretti nei suoi film: “Scanzate, famme vedè il film!”. È un rischio che si corre spesso quando si parla di sé nei propri libri. È un rischio che Carrère ama correre e è comunque bello vederglielo vivere.

George Foreman sarà sempre con noi

Venerdì 21 marzo 2025 muore George Foreman. La storia di George Foreman è un potente esempio di resilienza, redenzione e reinvenzione. Il modo in cui ha elaborato la sconfitta terribile di quel 30 ottobre ’74 contro Muhammad Ali, il suo incredibile ritorno al pugilato e la riconquista del titolo mondiale all’età di 46 anni hanno sfidato le convenzioni e ispirato milioni di persone, dimostrando che l’età non è un limite per raggiungere grandi traguardi. Oltre al pugilato, Foreman è stato un grande imprenditore con la George Foreman Grill, diventando un’icona culturale al di là del mondo dello sport. Il suo impegno come filantropo attraverso il suo centro giovanile testimonia la sua evoluzione da combattente aggressivo a uomo di pace e di comunità. La sua storia, dal ruggito della giungla al tuono del campione anziano, è un esempio duraturo della forza dello spirito umano capace di superare le sconfitte, fare fronte ad ogni avversità e di sapersi reinventare. La sua eredità continua a vivere, non solo nei record sportivi e negli affari di successo, ma nel cuore di chiunque voglia riscattarsi o abbia mai osato sognare una seconda possibilità. George Foreman ci ricorda che la vera vittoria non è conquistare un titolo, ma trasformare la propria vita, grazie anche alla sconfitta e alla caduta nell’abisso, in un’opera d’arte di altruismo e speranza.

La complessità

William Turner, 1842, La tempesta di neve. Battello a vapore a largo di Harbour Mouth.

Turner è un altro di quei pittori che ho sempre amato. E mi rendo conto che quando esco dal Novecento e vago per altre epoche, poi ciò che porto a casa è sempre un quadro del Novecento. Questa immagine la userò come copertina di un prossimo libro sulla complessità della comunicazione umana. Perché per me questo quadro rende conto delle relazioni umane, più che di un battello in balia di una tempesta di neve. O, forse, quella è lo nostra condizione perenne.

Anche i romanzi parlano

Il motivo per cui ho acquistato e letto questo libro è che ho capito che anche il romanzo, in esso, aveva una voce. Credo sia la prima volta, almeno per me, che incontro un romanzo – tratto pare da una storia vera, ma non ho controllato – nel quale il romanzo stesso, come oggetto, ha una sua propria voce, interviene, commenta, avverte. In questo periodo m’interessano quegli oggetti-romanzi-saggi-non si capisce bene cosa siano- che non appartengono a dalle categorie affermate, o ne incrociano molte. Visto come ho scritto su Van Gogh, si dovrebbe capire perché. Cerco complici.

Per il resto, il romanzo breve di Aramburu, nonostante la drammaticità di ciò che racconta, conserva una sua leggerenza felice, un modo di raccontare semplice, con diverse voci – tra cui quella del romanzo stesso – che si alternano a costruire un momento particolare della vita di una famiglia e anche di una comunità. Non è consigliato per chi è sensibile ai lutti. Io stesso non lo avrei letto se non fosse per questa invenzione letteraria che mi ha incuriosito. Da capire il finale.

Lettere a Theo, un epistolario eccezionale

La raccolta (parziale) delle lettere che Vincent ha inviato a Theo negli anni è un documento eccezionale per comprendere non solo il senso della pittura di Van Gogh, ma la sua straordinaria personalità, troppo in anticipo sui tempi per il suo secolo, troppo legata ai suoi tempi per dove stava andando la pittura. Van Gogh non è stato solo un grande pittore, ma soprattutto una grande persona e, cosa che forse non si è detta abbastanza, un grande scrittore.

Se la vita non ha preso il sopravvento su di voi, forse avete modo di leggere, di tanto in tanto, le lettere di Vincent, quasi 900, in originale (con traduzioni), sul sito che le mette a disposizione di tutti.