Il gatto, di George Simenon

Il gatto, è un romanzo breve, asciutto e feroce. Non succede quasi nulla, quasi nulla di strano, quasi nulla che non sia presente in una famiglia, prima o poi: due anziani coniugi, Émile e Marguerite, convivono nello stesso appartamento come due nemici in trincea, separati da un silenzio ostinato, carico di rancore e piccole vendette quotidiane. “Se temi la solitudine”, avvisava Flaiano,”non sposarti mai.” Questo romanzo rende l’idea di cosa voglia dire sposarsi ed essere non solo soli, ma molto mal accompagnati.

Il libro è pubblicato nel 1967, in una fase matura della produzione di Simenon, quando l’autore è sempre meno interessato all’enigma poliziesco e sempre più attratto dalle zone d’ombra delle relazioni umane. Qui l’indagine non riguarda un delitto, ma la lenta e metodica auto-distruzione di una coppia che di fronte al declinare la vita, trova linfa vitale nell’odio reciproco.

A proposito di questo romanzo, Simenon dichiarò che era uno dei suoi libri più crudeli, nato dall’osservazione di coppie reali in cui l’amore si era trasformato in ostilità silenziosa. Disse anche, con la sua consueta lucidità spietata, che l’odio può essere più stabile dell’amore, soprattutto quando è alimentato dall’abitudine e dalla convivenza forzata.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo del 1971, diretto da Pierre Granier-Deferre, con Jean Gabin e Simone Signoret. Un adattamento molto fedele nello spirito, che accentua la claustrofobia e rende visibile ciò che nel libro è soprattutto interiore: il logoramento, l’attesa, il disprezzo.

Un libro piccolo, ma cattivo. Scritto in modo magistrale, semplice eppure così lucido nel leggere nel profondo. Come un gatto che ti fissa dal divano mentre sa qualcosa di te che preferiresti ignorare.

Un lungo piano sequenza…

Arriva sempre un momento, nella vita di ognuno di noi, credo, in cui si tratta di leggere qualcosa di Simenon. Questo è il suo romanzo più breve e racconta la storia (sembra un lungo piano sequenza) del professor Jean Chabot, un ginecologo di successo, dalla vita apparentemente tranquilla e agiata. Ma ben presto capiamo che il professore coltiva un’insoddisfazione profonda. Senza capire bene perché, cosa c’è che non va nella sua vita, è sempre più stanco e sempre più lontano da tutti, da sua moglie, dai figli, dai parenti, dai pazienti. Fa i conti con la vecchiaia, con l’incubo di non poter più esercitare la sua professione e nella sua memoria ritorna una specie di senso di colpa, qualcosa che ha a che fare con una giovane inserviente della clinica, che lui soprannomina “l’orsacchiotto” per la sua tenerezza e ingenuità. La scrittura di Simenon è asciutta, scorrevole, precisa, direi “professionale”. Il racconto arriva alla fine senza che uno se ne accorga. E la fine non è ciò che ci si aspetta.