L’imbarazzo, frammenti sparsi

L’imbarazzo di fronte al lavoro letterario di Daniil Charms (Disastri, Einaudi) che con i suoi racconti tanto assurdi quanto brevi non sembra dire nulla se non mettere in evidenza quanto sia ridicolo aspirare a scrivere racconti. Quanta complicità ci sia tra tutti noi – scrittori, scrivani, scribacchini, lettori, non lettori –  perché la cosa che chiamiamo “letteratura” esista e abbia senso. Quanta complicità c’è nel prendersi così sul serio. (Quand’è che si vive? chiedeva Oblomov).

Inoltre l’opera dissacrante di Charms, soprattutto quei racconti che hanno per protagonisti gli scrittori che fanno cose ridicole (Turgenev parte sempre per Baden Baden), aiuta a capire come gli autori siano spesso, molto spesso, molto inferiori alla propria opera. 

Italo Calvino scrisse proprio di questo (Una pietra sopra, Einaudi): gli autori sono quasi sempre inferiori alla propria opera e le due cose, autore e opera, non si dovrebbero confondere, come fanno in molti. L’opera e l’autore andrebbero tenuti distinti. Il che mi fa pensare a quel monaco che portando il manoscritto al suo maestro, si sentì chiedere “di cosa parla?”, “non lo so”, rispose lui, “e chi lo sa allora?”, chiese il maestro, e il monaco “Il libro lo sa” (E. Jabés, Il libro della sovversione non sospetta, Feltrinelli). 

Il gatto, di George Simenon

Il gatto, è un romanzo breve, asciutto e feroce. Non succede quasi nulla, quasi nulla di strano, quasi nulla che non sia presente in una famiglia, prima o poi: due anziani coniugi, Émile e Marguerite, convivono nello stesso appartamento come due nemici in trincea, separati da un silenzio ostinato, carico di rancore e piccole vendette quotidiane. “Se temi la solitudine”, avvisava Flaiano,”non sposarti mai.” Questo romanzo rende l’idea di cosa voglia dire sposarsi ed essere non solo soli, ma molto mal accompagnati.

Il libro è pubblicato nel 1967, in una fase matura della produzione di Simenon, quando l’autore è sempre meno interessato all’enigma poliziesco e sempre più attratto dalle zone d’ombra delle relazioni umane. Qui l’indagine non riguarda un delitto, ma la lenta e metodica auto-distruzione di una coppia che di fronte al declinare la vita, trova linfa vitale nell’odio reciproco.

A proposito di questo romanzo, Simenon dichiarò che era uno dei suoi libri più crudeli, nato dall’osservazione di coppie reali in cui l’amore si era trasformato in ostilità silenziosa. Disse anche, con la sua consueta lucidità spietata, che l’odio può essere più stabile dell’amore, soprattutto quando è alimentato dall’abitudine e dalla convivenza forzata.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo del 1971, diretto da Pierre Granier-Deferre, con Jean Gabin e Simone Signoret. Un adattamento molto fedele nello spirito, che accentua la claustrofobia e rende visibile ciò che nel libro è soprattutto interiore: il logoramento, l’attesa, il disprezzo.

Un libro piccolo, ma cattivo. Scritto in modo magistrale, semplice eppure così lucido nel leggere nel profondo. Come un gatto che ti fissa dal divano mentre sa qualcosa di te che preferiresti ignorare.

Q, di Luther Blisset

Questa è una recensione a posteriori. Tutte le recensioni lo sono, ma questa è molto a posteriori. Recensendo Mensaleri, di Wu Ming 2, mi sono reso conto che non avevo scritto nulla di Q e quindi questo post viene scritto dopo quasi vent’anni dalla lettura del romanzo.

Ci sono romanzi che hanno segnato la mia crescita e di cui, prima o poi, scriverò qui: Odile, di R. Queneau; Claire de femme, di R. Gary; La nausea di J.P. Sartre; Il mito di Sisifo di A. Camus; L’uomo senza qualità, di R. Musil; L’Aleph di J.L. Borges; I malavoglia, di G. Verga… e altri ancora

Ricordo benissimo Luther Blisset, calciatore inglese, centravanti, che giocava nel Milan nel 1983-84 con risultati deludenti. Il fatto che sia diventato per un certo periodo un nome multiplo adottato negli anni Novanta da centinaia di attivisti, artisti e performer in tutta Europa — particolarmente attivi in Italia — per firmare azioni di guerriglia mediatica, beffe ai danni dei mass media e opere artistiche collettive, mi ha sempre fatto piacere. La chiave ironica e provocatoria della scelta per me nascondeva anche il fatto che le vie della redenzione sono infinite. Blisset, da calciatore scarso è diventato un nome di un autore di un capolavoro. Q.

Come ho detto, ho letto Q tanti anni fa e l’ho letto per 36 ore di seguito, giusto un po’ di pausa per dormire. L’ho letto perché avrei incontrato per la prima volta uno degli autori. L’ho letto perché parlava di un periodo storico che credo sia fondamentale per la storia di Italia e d’Europa. L’ho letto così perché mi ha completamente rapito.

Q scritto nel 1999, è un romanzo storico che attraversa trent’anni di storia europea (1517-1555), seguendo un anabattista senza nome braccato dalla spia pontificia Q. Ma sotto la superficie dell’avventura picaresca si cela, per me, tra le tante cose una riflessione amara su un’occasione mancata. Una ricostruzione storica imponente e appassionante: Riforma, guerra dei contadini, assedio di Münster vengono restituiti con vividezza cinematografica. La tensione narrativa regge per oltre seicento pagine, e il tema dell’identità mutevole risulta straordinariamente attuale. L’operazione culturale — scrittura collettiva, copyleft — conferisce al libro una dimensione meta-letteraria unica.

Il vero cuore del romanzo è la mancata riforma della Chiesa e le sue conseguenze per l’Italia. Mentre il nord Europa protestante diventava il laboratorio della modernità, l’Italia si chiudeva nella Controriforma, perdendo il primato rinascimentale. Q, la spia, incarna l’apparato che impedì all’Italia di partecipare alla costruzione dell’Europa moderna. E per un voto. Un po’di fango, fuori Roma, e la storia non fu più la stessa.

Luther Blisset diventerà poi Wu Ming, collettivo di scrittori con numerosi romanzi storici e non solo, di grande fattura. Li ho letti tutti o quasi, sia quelli collettivi che quelli scritti da singoli, prima o poi recensirò anche quelli.

Mensaleri, di Wu Ming 2

Mensaleri è l’ultimo romanzo di Wu Ming 2, membro fondatore del collettivo narrativo Wu Ming, autore di opere che hanno segnato la letteratura italiana contemporanea a partire da Q (1999), firmato come Luther Blissett.

Il romanzo si sviluppa come una saga di oltre un secolo, dall’unificazione italiana fino agli anni Novanta del Novecento. Al centro della narrazione troviamo la cartiera Carmen (abbreviazione di Cartiera Mensa), costruita nel 1868 da Nazzaro Mensa sull’isola immaginaria di Parpai, lungo il fiume Leri. Di fronte allo stabilimento sorge Mensaleri, il villaggio operaio che prende il nome dalla famiglia fondatrice. Il progetto appare come il sogno di un imprenditore illuminato, il tipico paternalista di fine Ottocento, ma intorno a Nazzaro non ci sono solo ingegneri e tecnici: c’è anche un mago che legge i tarocchi e lo affianca nelle decisioni. E c’è un antico rituale attorno ai bachi da seta, una Madonna troppo svestita e vestali custodi di un antico segreto. La seconda linea temporale si apre nel 1995, quando la cartiera cade in disuso e il villaggio entra in crisi. Compare allora Riniero Mensa, pronipote del fondatore, con un ambizioso progetto di riconversione che promette di coniugare lavoro, ambiente e rigenerazione urbana. A dare voce alla memoria del villaggio viene chiamata Toni Pohlmann, regista teatrale, insieme alla figlia adolescente Neda. Entrambe scopriranno segreti rimossi, presenze inquietanti e conflitti mai sopiti.

Mensaleri è un romanzo complesso e stratificato, che coniuga la ricerca storica tipica del collettivo Wu Ming con elementi gotici, magici e di critica sociale. Lo fa con una scrittura rigorosa, sempre asciutta, mai enfatica, che non cede mai al bel gesto fine a se stesso. Del resto, il percorso artistico dei Wu Ming, insieme o come solisti, è uno dei più originali e interessanti del panorama italiano. A venticinque anni dall’esordio, i Wu Ming sono ancora (purtroppo) un unicum nella letteratura italiana: un esperimento di scrittura collettiva, di impegno politico-culturale e di narrazione storica che ha generato tanto entusiasmo quanto diffidenza, tanto studio accademico quanto polemica giornalistica. Indubbiamente, però sono un gruppo di scrittori con cui è bene confrontarsi, imprescindibili nel panorama artistico italiano. Il loro lavoro è caratterizzato da una coerenza e serietà da studiosi (di storia, innanzitutto, ma non solo) prima che da letterati, ed una ricerca di forme di dissidenza, di smarcamento dal modo usuale di fare “lo scrittore” o scrittura (si veda i loro spettacoli) che meritano attenzione e approfondimento. Il loro modo di riscrivere secondo linee aggiornate una visione “comunista” del mondo e delle sue dinamiche sociali, di classe, sarà anche criticabile, ma non è banale.

“Q”, scritto nel 1999 con gli autori neanche trentenni, è senza ombra di dubbio un capolavoro che segna una modalità di stare nella letteratura italiana che, almeno a mia conoscenza, non aveva (e non ha) precedenti, (né conseguenti). Una letteratura robusta che non cede a nessuna tentazione per il biografico, l’autobiografico o l’auto fiction. E Mensaleri non delude. Come sempre si avverte il grande lavoro di archivio, di studio, di precisione storica. Come sempre c’è una critica al capitalismo d’antan, alle sue forme che ha assunto nella storia, quasi sempre menzognere, perché, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo più spesso, il capitalismo è una delle forme di sfruttamento delle persone più riuscite della storia. Anche in Mensaleri torna il particolare sguardo sul mondo dei lavoratori, della fabbrica, che tanta parte della nostra cultura ha segnato e che ahimé oramai è quasi scomparso e che ha da tempo smesso di essere rivoluzionario, per essere l’avanguardia di posizioni reazionarie. Come sempre c’è una scrittura equilibrata, pulita, sorvegliata, padroneggiata, al massimo, e di cui ho apprezzato tantissimo le parti scritte alla seconda persona plurale che danno una particolare enfasi al racconto. E proprio la coralità delle voci, il respiro secolare della narrazione e l’intreccio tra reale e fantastico ne fanno un’opera avvincente che interroga il rapporto tra lavoro, comunità e memoria.

Einaudi, Stile Libero, settembre 2025, pp. 469, € 21

Per approfondire il lavoro dei Wu Ming visita il loro sito Giap

Gli aquiloni, di Romain Gary

Prima di questo ho letto Cane Bianco e ancor prima ho riletto Clair de femme. E poi ho riletto La promessa dell’alba e La notte sarà calma… insomma Romain Gary è uno dei miei autori preferiti.

Pubblicato nel 1980, pochi mesi prima della morte, Gli aquiloni è l’ultimo romanzo di Gary. La storia è quella di due ragazzi che si amano e crescono prima, durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ludo e Lila si conoscono bambini in Normandia, nel villaggio di Cléry, dove lo zio di Ludo gestisce un piccolo albergo. Lei è polacca, ebrea, figlia di un ricco commerciante. Lui è un ragazzo di campagna che sogna di diventare un eroe. Il loro amore nasce tra gli aquiloni che Ludo costruisce e fa volare – aquiloni sempre più grandi, sempre più belli, sempre più impossibili – e cresce negli anni prima della guerra, quando tutto sembra ancora possibile. Poi arriva il 1940, l’occupazione nazista, la Resistenza. Ludo diventa aviatore della France Libre, combatte al fianco degli inglesi. Lila e la sua famiglia si nascondono, scappano, cercano di sopravvivere. E gli aquiloni diventano il simbolo di un amore che resiste alla distanza, alla guerra, alla Storia stessa. Gary costruisce un romanzo dove la dimensione privata e quella collettiva si intrecciano continuamente. La storia d’amore tra Ludo e Lila è anche la storia della Francia occupata, della Resistenza, della Shoah. E Gary non risparmia niente al lettore: la violenza dell’occupazione, l’orrore dei campi di sterminio, il tradimento, la paura. Ma anche la bellezza, il coraggio, la fedeltà. Quello che mi colpisce sempre di Roman Gary, è la lucidità dello sguardo. Non c’è retorica, non c’è sentimentalismo. C’è invece una consapevolezza profonda della condizione umana, della sua fragilità e della sua grandezza. Gary sa che l’amore non salva dall’assurdità del mondo, ma sa anche che è l’unica cosa che rende il mondo sopportabile. Gli aquiloni è un romanzo sulla memoria, sulla necessità di ricordare. È un romanzo sull’impossibilità di tornare indietro, sul peso della Storia sulle vite individuali. Ma è anche un romanzo sulla bellezza, su quegli aquiloni che continuano a volare anche quando tutto sembra perduto. E il finale… beh, il finale è Gary. Intenso, struggente, necessario.

Se volete saperne di più, potete leggere qui.

Gli aquiloni, di Romain Gary (Neri Pozza, 2017 (1980))

L’imbarazzo, frammenti sparsi


Una sensazione angusta e confusa inventata dai salotti bene dell’Inghilterra dell’età della reggenza, 1811-1820. L’imbarazzo non ha la dimensione morale della vergogna. Si tratta di una forma di vergogna più leggera, momentanea, circoscritta e consapevole. È un’umiliazione legata a un’infrazione di regole sociali commesse davanti a qualcuno. L’imbarazzo scatena un forte desiderio di non essere lì, o un altrettanto forte desiderio di scomparire.L’impossibilità di farlo, l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo altrui è la nostra cifra. Possiamo mentire, nasconderci, simulare o dissimulare, ma dobbiamo essere presenti.“L’imbarazzo è sempre legato a una situazione contingente e presente.”  È l’emozione del qui e ora, della presenza immanente. L’imbarazzo è l’emozione dell’esserci.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi

Pubblicato nel 2022, “Ferrovie del Messico” è un diventato un caso editoriale, ha vinto numerosi premi, è stato tradotto in più lingue, ed è stato acclamato dalla critica: oltre 800 pagine nelle quali si diluisce una trama, apparentemente semplice, è ambientata nel febbraio 1944 ad Asti, durante la Repubblica di Salò. Francesco “Cesco” Magetti, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, tormentato dal mal di denti, riceve un ordine assurdo dall’alto (dalle gerarchie naziste): compilare una mappa delle ferrovie del Messico. Per farlo, deve trovare un libro misterioso, la Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di Gustavo Adolfo Baz, che forse esiste, forse no. Attorno a questo Griffi costruisce è un romanzo corale pieno di personaggi speciali. Ci sono: Tilde Giordano, ragazza folle e colta di cui Cesco si innamora; Steno, partigiano senz’armi; don Tiberio, prete confinato per le sue “insane passioni”; Epa, cartografo samoano; persino Hitler ed Eva, ritratti in modo satirico mentre litigano sull’uso degli anglicismi. La qualità della scrittura è indiscutibile. Griffi padroneggia una grande varietà di registri linguistici: passa dal colloquiale al poetico, dal dialetto alla prosa lirica, dall’italiano colto alle parlate regionali. Gli elenchi infiniti – pagine dedicate all’accumulo di descrizioni, colori, figure mitologiche – rappresentano momenti di virtuosismo letterario che rimandano a Gadda, Joyce, Borges, alla grande tradizione della letteratura enciclopedica. Un virtuosismo che a volte può risultare un po’ fine a se stesso. L’ambizione di “contenere tutto”, quella che Marco Drago nella postfazione definisce la possibilità di un libro che “potrebbe non finire mai”, si può trasformare anche in un limite. Le digressioni generano altre digressioni, i personaggi si moltiplicano, i piani narrativi si accumulano, e il lettore rischia di smarrirsi non per la bellezza del labirinto, ma per la fatica del percorso. Intendiamoci, questa considerazione non sminuisce il valore dell’opera. Forse la identifica. La definisce. Poi ognuno ha i suoi gusti. Ferrovie potrebbe essere disturbante, ma è anche chiara l’aspirazione a ridefinire le possibilità della narrativa. Chi ama la letteratura che osa, che non teme di perdersi nelle sue digressioni, che costruisce universi infiniti attraverso la parola, troverà in questo libro un’esperienza unica. Gli altri potrebbero preferire narrazioni più asciutte, più contenute, più equilibrate, dove emerge meno la volontà di autore di mettersi in mostra o in monstre. Ed è legittimo. Personalmente, sono felice di aver letto questo romanzo. Mi ha fatto riflettere sulla scrittura, sull’equilibrio, sul coraggio necessario per tentare l’impossibile, sulla forza di un desiderio, su cosa mi piace, alla fine.


Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, Laurana Editore, 2022.

La promessa dell’alba, di Romain Gary

Pubblicato nel 1960 da Gallimard, dopo il successo del suo romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo), che nel 1956 gli aveva fatto vincere il Premio Goncourt (massimo riconoscimento letterario francese, che non si può assegnare due volte e che Gary ha vinto due volte! ma questa è un’altra storia), primo romanzo ecologista, Gary (il cui vero nome è Roman Kacew) è a un momento di svolta personale: ha intrapreso la carriera diplomatica dopo aver partecipato alla guerra da protagonista e sta iniziando a concepire la scrittura come una seconda vita, o meglio come una messa in scena della vita stessa. È una forma di no fiction che ritroveremo in modo ancora più esplicito in Cane bianco e che precede la moda della no-fiction o di quell’autobiografia romanzata che in Emmanuel Carrère ha trovato la sua forma più compiuta. Con La promesse de l’aube Gary racconta la sua infanzia in Lituania e in Polonia, l’emigrazione in Francia, ma soprattutto l’amore smisurato e determinato della madre e il suo sogno, del tutto incongruo, assurdo, di vedere suo figlio diventare un grande uomo (uno scrittore francese, un diplomatico!). E il finale è uno dei più belli che io abbia mai letto.

La vie heureuse, di David Foenkinos

Noi tutti, a un certo momento della nostra esistenza, vogliamo essere un altro. C’è un grande desiderio di morire e rinascere», scrive David Foenkinos

La vie heureuse di David Foenkinos è il suo ultimo romanzo (2025, Gallimard) che si muove sul confine tra il quotidiano e l’assurdo, tra il desiderio di vivere e la tentazione di sparire. Il protagonista, Éric, è un uomo che sebbene realizzato appare ultimamente piuttosto spento. Divorziato per assenza di stimoli, un lavoro dove eccelle ma che non lo entusiasma più, un figlio che vede poco e che lo considera ancora meno. Ad un certo punto, in un viaggio di lavora in Corea, sparisce dai radar della collega che lo aspetta invano. Cosa succede? Dov’è finito? Perché sparisce così?

Foenkinos, con la sua scrittura limpida e ironica, affronta un tema universale: il bisogno di cambiare vita, di essere, almeno per un attimo qualcun altro. Ma affronta anche un altro tema, più indirettamente: quello di dare un senso appropriato alla propria esistenza. Nella ricerca di essere un’altra persona, va aggiunto anche il bisogno di senso, che ad un certo punto preme di più. Eccellere, diventare bravi, apprezzati, vincere qualcosa, non basta più. La narrazione alterna momenti di malinconia a lampi di comicità, riflessioni profonde a scene di disarmante semplicità. Foenkinos conferma la sua abilità nel far convivere ironia e introspezione, ma sceglie volutamente di non costruire personaggi eroici o memorabili: sono figure fragili, specchi di una condizione diffusa, dove la ricerca di senso è più importante della trama. Un libro che ho letto in viaggio, dall’aeroporto a casa e che in pochi giorni s’è consumato, con leggerezza, acume e ironia, tratti tipici della scrittura di Foenkinos. Forse un grande artigiano del romanzo, forse uno scrittore notevole. Non ho ancora deciso. Ancora qualche romanzo.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

Esistono poi relazioni imbarazzanti o relazioni dove l’imbarazzo è l’emozione prevalente. Relazioni fonte di tanti imbarazzi, crogiolo di epiche, memorabili, brutte figure. In particolare: la relazione amorosa. Perché proprio l’amore genera così tanti imbarazzi? Perché la relazione amorosa si confronta con il giudizio. Quando siamo innamorati, siamo esposti. Siamo nudi. E non solo in senso poetico o erotico. Nella relazione amorosa, mettiamo in gioco la parte più vulnerabile di noi stessi: il desiderio di essere visti, accettati, amati, nonostante tutto. L’amore ci mette di fronte a una sfida esistenziale: essere autentici, pur sapendo che potremmo non piacere così come siamo. In fondo, l’amore è il grande palcoscenico dell’imbarazzo umano. Ma forse è proprio questo il suo fascino: l’amore ci obbliga ad essere ridicoli, impacciati, veri. Ci obbliga all’imbarazzo. La relazione amorosa ci espone, ci spoglia, ci restituisce alla nostra umanità più tenera e fragile. La relazione amorosa è il luogo dove si gioca il massimo sforzo di abrogazione del giudizio su di sé e sull’altro. La partita dell’amore si gioca sul terreno dell’imbarazzo, contro il giudizio. 


Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Francis Bacon o del dolore che dà il potere

Francis Bacon trovò in The Painter on the Road to Tarascon (1888) di Vincent van Gogh non solo un’immagine, ma una visione potente, che definì come un «phantom of the road» (“fantasma della strada”)  . Il dipinto originale, purtroppo distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, giunse a Bacon attraverso una riproduzione a colori, probabilmente un frontespizio di un volume della Phaidon del 1936. Tra il 1956 e il 1957, Bacon realizzò una serie di dipinti ispirati a quel Van Gogh perduto — almeno nove grandi opere secondo gli studi più recenti . In queste variazioni, Bacon intensificò i colori, accostando pennellate energiche e dense, ispirate tanto a Van Gogh quanto a Chaïm Soutine. Studi come Study for Portrait of Van Gogh IV mostrano un paesaggio incline verso l’alto e figure isolate, immerse in ombre opprimenti, che amplificano il senso di isolamento e angoscia.

La critica contemporanea ha osservato nei dipinti di Bacon non solo l’eco del gesto gestuale e del colore incendiario di Van Gogh, ma anche una riflessione sulle fragilità emotive dell’artista, un’identificazione speculare tra due figure tormentate dalla solitudine e dall’incomprensione  .

Però il quadro che mi rimase più impresso di Bacon è questo qui. Non credo che in pittura ci sia un modo più forte di rappresentare il dolore, l’angoscia, la solitudine del potere, la distorsione che il potere genera nelle persone.

David Foenkinos, invito alla lettura

C’è un altro filone di romanzi che cerco costantemente: quelli che introducono del romanzo qualcosa che ha a che fare con lo scrivere romanzi. La famiglia Martin, di David Foenkinos, è un esempio perfetto: la storia comincia quando l’autore decide di entrare per davvero in una famiglia qualunque, facendone i protagonisti di un libro che si sta scrivendo davanti ai nostri occhi.

David Foenkinos scrive con una leggerezza, semplicità, costante ironia. È una voce chiara e riconoscibile. Le sue storie sembrano iniziare per caso, come incontri imprevisti o piccoli dettagli quotidiani, ma presto si aprono a riflessioni più ampie, spesso con un tono ironico e malinconico insieme.
Non che siano saggi filosofici, sembrano piuttosto orientati al filone de “la-bellezza-della-vita-è-nelle-cose-quotidiane”.

Un altro gustosissimo romanzo è Numero due. Dove si racconta la storia del bambino che avrebbe potuto essere Harry Potter al posto di Daniel Radcliffe. Nel 1999, quando si tennero i provini per il film, migliaia di ragazzi si presentarono. Uno arrivò in finale, ma fu scartato all’ultimo. Foenkinos immagina la sua vita: cosa significa crescere sapendo di aver mancato, per un soffio, l’occasione che avrebbe cambiato tutto? Ne viene fuori un romanzo tenero e crudele insieme, che parla di destino, fallimento, successo e delle traiettorie imprevedibili che segnano un’esistenza. È poi è un bell’esempio di sì fiction, ovvero una storia finta (credo) che però usa persone reali per essere raccontata.

Insomma, due piccoli esempi – ma anche Il mistero di Henry Pick merita assai – di come leggere Foenkinos possa essere un’esperienza letteraria particolare e intrigante.

Elogio per Adamsberg

A margine de La trilogia Adamsberg: L’uomo dei cerchi azzurri-L’uomo a rovescio-Parti in fretta e non tornare 

Adamsberg è un poliziotto inventato da Fred Vargas, alias di Frédérique Audoin-Rouzeau, un’archeozoologa e storica francese, nata nel 1957. È un poliziotto sui generis, forse l’antitesi di Sherlock Holmes. Svagato, poco attento, poco disciplinato, non particolare. Risolve i casi più con l’intuizione che con la logica. Roba da far rabbrividire un amante dei polar serio. Ma non si legge Vargas per il polar. Si legge Vargas per entrare nelle atmosfere rarefatte e quasi magiche di questo universo fatto di bruma e tanti dettagli. Si legge Vargas perché questa è letteratura, bellezza, altro che giallo. Adamsberg mi ricorda Wallander, l’altro poliziotto dolente inventato da Henning Mankel, svedese. Un modo di creare poliziotti e polizieschi che trascende il genere, lo amplia, lo articola e lo rende più profondo. Baricco, che se ne intende, riconosce in lei “strepitosa qualità della scrittura”, frasi ben calibrate, dialoghi impeccabili, aggettivi scelti con cura, ritmo elegante e un’elegante ironia narrativa. Parla anche di Adamsberg come di un personaggio la cui arte sta nel creare “parentesi di nulla” nella vita quotidiana, momenti sospesi in cui la trama inevitabilmente rallenta per lasciare spazio all’intuizione e alla incertezza . Ecco, se Joel Dicker è la Formula 1 del poliziesco, Vargas è il suo Cammino di Santiago. Inutile dire che il primo è noioso proprio come una gara di formula 1, la seconda è quasi un percorso di crescita spirituale.

P.s. Ancora meglio la seconda trilogia di Adamsberg. Da non perdere.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

Legge tanto e non ricorda quasi niente. Passa da un libro all’altro senza sosta. Il che è imbarazzante, senza dubbio. Perché leggere non gli serve a niente. Se non che l’atto di leggere, sebbene sia solo un modo diverso di consumare, è lo scopo. Conoscere, sentire e poi dimenticare. Leggere è un atto fine a se stesso. Legge per leggere, non per altro. Il piacere di aprire e iniziare un libro. L’idea di ritrovarlo la sera. Scorrere le parole, capire il senso, riconoscere uno stile, comprendere una forma. Il contenuto è un pretesto. Tanto che legge di tutto. Romanzi di autori affermati, racconti di autori sconosciuti. Poesie, storie brevi, saggi, biografie. Tutto. In italiano, in francese, in inglese. (Sapere altre lingue espande enormemente le possibilità). Il caso guida le sue letture e non ha mai letto un libro che non abbia avuto a che fare con quel momento della sua vita. Un libro che poco prima di essere dimenticato non gli abbia fatto dire: “Ah ecco perché mi serve leggerlo ora!”. Conosce solo un altro atto che gli somiglia. Il sesso. Senza alcuna preoccupazione genitoriale, fa sesso per il gusto di farlo. Lo fa in tanti modi, con chi si può (non forza mai, non va a caccia). Ed è bello vedere sempre un modo diverso, un corpo diverso, dei comportamenti strani, inaspettati. Il godere è un pretesto. La cosa divertente è la varietà umana che si mostra. E, come con i libri, il sesso arriva, le donne arrivano, a caso, e non succede mai che non dica alla fine, prima di non vederla più: “Ah ecco perché ti ho incontrata!”.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Famiglia moderna

Una volta scrissi una poesia intitolata “Famiglia moderna” e diceva:

Un insieme di persone (almeno due)/ davanti alla televisione (almeno due).

Segnalavo un cambiamento sociale abbastanza evidente: le famiglie si riducevano a due persone e spesso queste due persone non avevano nemmeno un gran rapporto. Era una visione triste, pessimistica delle relazioni di coppia.

La cosa è cambiata, direi in peggio. Ma non a causa delle coppie o delle persone o della loro difficoltà a stare insieme. Il problema non sono loro, ma i loro modelli. E la continua visibilità dei modelli (ipotetici, finti) sui social rende il tutto ancora più difficile. L’immaginario di coppia è talmente assurdo che è chiaro che le persone siano per lo più insoddisfatte. Ci vorrebbe un immaginario diverso, più reale, realistico e soprattutto più umano. Dove con quest’ultimo aggettivo intendo la necessità di fare attenzione all’attaccamento che ho per certe idee o modelli. Le persone cambiano persone, partner, ma non idea. Ciò che fa male alle relazioni non è solo l’immagine che ne abbiamo, ma il margine che abbiamo per poterlo negoziare. In altre parole: è la rigidità con la quale siamo attaccati ai modelli che ci rende la vita difficile. Vederli continuamente ribaditi, non aiuta.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

L’”imbarazzo” è una parola derivata dallo spagnolo embarazo, a sua volta proveniente da embarazar, che è un prestito dal portoghese embaraçar ‘allacciare, impacciare’. “Dalbaraço” è il ‘laccio’, di probabile origine preromana. L’imbarazzo è un ostacolo, un ingombro, un impaccio – etimologicamente, una legatura di laccio che impedisce i movimenti. Una breve, accennata, ma non per questo meno fastidiosa, paralisi dovuta a qualcosa che ingombra e impedisce. Così si comprende che ‘sbarazzarsi’ è proprio un liberarsi di qualcosa: «Mi voglio sbarazzare di questo vestito». L’imbarazzo è assumere un ingombro (in spagnolo embarazada è la donna incinta, che in effetti assume un ingombro: la propria pancia), che è lo sguardo degli altri o di sé su se stesso. Ma qui l’ingombro non è un bambino (che idea di infanzia soggiace allo spagnolo?), qui è il giudizio.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Michele Mari, obbligo di lettura

Se in Italia c’è uno scrittore con la S maiuscola, uno di quelli che quando leggi, non pensi “beh questo lo posso fare anche io”, ma bensì “forse è meglio che investa più tempo nell’arte nobile del giardinaggio” questi è Michele Mari. Ho letto per ora tre sue cose: Rosso Floyd, Rodderick Duddle, Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Ho iniziato e non ho finito altri tre sui libri, ma più per motivi miei che suoi. Comunque. A me bastano quei tre per dire che se uno cerca, come io cerco, cose particolari, trasversali, inclassificabili, beh, Mari offre molte risorse.

Rosso Floyd non è una biografia dei Pink Floyd, e nemmeno un romanzo nel senso tradizionale. È un coro di voci: musicisti, mogli, tecnici, amici, giornalisti, tutti parlano, ricordano, raccontano brandelli di vita e di musica. Il risultato è un mosaico che restituisce la grandezza e le ferite di una band che ha segnato un’epoca. Quello che mi ha colpito è l’intensità della scrittura di Mari: ogni voce sembra vera, ogni frammento diventa parte di un’unica polifonia che è letteraria prima ancora che musicale. È un libro che non si limita a “raccontare i Pink Floyd”: li reinventa, li trasforma e ce li restituisce in modo del tutto personale.

Darò conto di altre letture di suoi testi. Senza dubbio.

Non tutto il bene viene per…

C’è un detto equivalente, al positivo, di non tutto il male viene per nuocere? Non sempre il bene fa bene, e il libro di Bacà parte da questo presupposto. Ho chiesto a ChatGPT di preparare una recensione per questo libro di Fabio Bacà, ma almeno nelle tre versioni che ho provato a farle fare, diceva cose inappropriate. Un libro difficile da catalogare? Scritto in modo molto particolare, unico, direi, a volte molto contorto, ma sempre divertente, brillante, ironico, è un libro che parte dalla situazione per cui un inglese (perché un inglese? Perché è ambientato a Londra?) ad un certo punto avverte di avere la fortuna dalla sua parte in un modo statisticamente (e lui è uno statistico) inaccettabile. E la cosa gli pare comunque inaccettabile: perché tanta fortuna? E già? Se le cose girano tutte bene c’è qualcosa che non va… E cosa succede allora? Pur non essendo minimamente un thriller tiene avvinghiato il lettore che vuol capire cosa sta accadendo e dove si andrà a parare. In che modo si ristabilirà l’equilibrio? Perché comunque occorre trovare un equilibrio. È pur sempre una questione statistica. Il finale mi ha molto sorpreso.