L’imbarazzo, frammenti sparsi


Una sensazione angusta e confusa inventata dai salotti bene dell’Inghilterra dell’età della reggenza, 1811-1820. L’imbarazzo non ha la dimensione morale della vergogna. Si tratta di una forma di vergogna più leggera, momentanea, circoscritta e consapevole. È un’umiliazione legata a un’infrazione di regole sociali commesse davanti a qualcuno. L’imbarazzo scatena un forte desiderio di non essere lì, o un altrettanto forte desiderio di scomparire.L’impossibilità di farlo, l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo altrui è la nostra cifra. Possiamo mentire, nasconderci, simulare o dissimulare, ma dobbiamo essere presenti.“L’imbarazzo è sempre legato a una situazione contingente e presente.”  È l’emozione del qui e ora, della presenza immanente. L’imbarazzo è l’emozione dell’esserci.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

Esistono poi relazioni imbarazzanti o relazioni dove l’imbarazzo è l’emozione prevalente. Relazioni fonte di tanti imbarazzi, crogiolo di epiche, memorabili, brutte figure. In particolare: la relazione amorosa. Perché proprio l’amore genera così tanti imbarazzi? Perché la relazione amorosa si confronta con il giudizio. Quando siamo innamorati, siamo esposti. Siamo nudi. E non solo in senso poetico o erotico. Nella relazione amorosa, mettiamo in gioco la parte più vulnerabile di noi stessi: il desiderio di essere visti, accettati, amati, nonostante tutto. L’amore ci mette di fronte a una sfida esistenziale: essere autentici, pur sapendo che potremmo non piacere così come siamo. In fondo, l’amore è il grande palcoscenico dell’imbarazzo umano. Ma forse è proprio questo il suo fascino: l’amore ci obbliga ad essere ridicoli, impacciati, veri. Ci obbliga all’imbarazzo. La relazione amorosa ci espone, ci spoglia, ci restituisce alla nostra umanità più tenera e fragile. La relazione amorosa è il luogo dove si gioca il massimo sforzo di abrogazione del giudizio su di sé e sull’altro. La partita dell’amore si gioca sul terreno dell’imbarazzo, contro il giudizio. 


Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

Legge tanto e non ricorda quasi niente. Passa da un libro all’altro senza sosta. Il che è imbarazzante, senza dubbio. Perché leggere non gli serve a niente. Se non che l’atto di leggere, sebbene sia solo un modo diverso di consumare, è lo scopo. Conoscere, sentire e poi dimenticare. Leggere è un atto fine a se stesso. Legge per leggere, non per altro. Il piacere di aprire e iniziare un libro. L’idea di ritrovarlo la sera. Scorrere le parole, capire il senso, riconoscere uno stile, comprendere una forma. Il contenuto è un pretesto. Tanto che legge di tutto. Romanzi di autori affermati, racconti di autori sconosciuti. Poesie, storie brevi, saggi, biografie. Tutto. In italiano, in francese, in inglese. (Sapere altre lingue espande enormemente le possibilità). Il caso guida le sue letture e non ha mai letto un libro che non abbia avuto a che fare con quel momento della sua vita. Un libro che poco prima di essere dimenticato non gli abbia fatto dire: “Ah ecco perché mi serve leggerlo ora!”. Conosce solo un altro atto che gli somiglia. Il sesso. Senza alcuna preoccupazione genitoriale, fa sesso per il gusto di farlo. Lo fa in tanti modi, con chi si può (non forza mai, non va a caccia). Ed è bello vedere sempre un modo diverso, un corpo diverso, dei comportamenti strani, inaspettati. Il godere è un pretesto. La cosa divertente è la varietà umana che si mostra. E, come con i libri, il sesso arriva, le donne arrivano, a caso, e non succede mai che non dica alla fine, prima di non vederla più: “Ah ecco perché ti ho incontrata!”.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

L’imbarazzo, frammenti sparsi

L’”imbarazzo” è una parola derivata dallo spagnolo embarazo, a sua volta proveniente da embarazar, che è un prestito dal portoghese embaraçar ‘allacciare, impacciare’. “Dalbaraço” è il ‘laccio’, di probabile origine preromana. L’imbarazzo è un ostacolo, un ingombro, un impaccio – etimologicamente, una legatura di laccio che impedisce i movimenti. Una breve, accennata, ma non per questo meno fastidiosa, paralisi dovuta a qualcosa che ingombra e impedisce. Così si comprende che ‘sbarazzarsi’ è proprio un liberarsi di qualcosa: «Mi voglio sbarazzare di questo vestito». L’imbarazzo è assumere un ingombro (in spagnolo embarazada è la donna incinta, che in effetti assume un ingombro: la propria pancia), che è lo sguardo degli altri o di sé su se stesso. Ma qui l’ingombro non è un bambino (che idea di infanzia soggiace allo spagnolo?), qui è il giudizio.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

La scienza come romanzo…

Da sempre mi attirano i libri che non sanno stare dentro un confine di genere, soprattutto tra narrativa e saggio. Forse perché anche io, scrivendo Dissoluzioni, mi sono nutrito di testi così: penso a HHhH di Laurent Binet (di cui ho già scritto qui), a L’avversario e a gran parte dell’opera di Emmanuel Carrère, ma anche a Sebald, a Ernaux e ad altri ancora. Sono libri che raccontano cose reali con gli strumenti della finzione, o che inventano per spiegare meglio ciò che è realmente accaduto.

Il libro di Benjamin Labatut, Quando abbiamo smesso di comprendere il mondo, appartiene pienamente a questa categoria di oggetti ibridi, e lo fa con un’intensità particolare. Parla di scienza, di scoperte, di riflessioni matematiche e fisiche, ma lo fa in una forma che destabilizza: non sai mai fino in fondo se ciò che leggi sia reale, ispirato al reale o completamente inventato. Eppure funziona, ed è proprio questo continuo slittamento a renderlo affascinante e intrigante.

Quello che mi conquista è la possibilità di leggere biografie e teorie matematiche come fossero parabole, racconti mitici, metafore della condizione umana. Non è la trama a trascinarmi, ma l’oscillazione costante tra sapere e immaginazione, tra cronaca e invenzione.

Labatut, giovane scrittore cileno, mostra come oggi non si debba (o forse non si possa più) scegliere un unico registro: la scrittura può essere insieme invenzione, documento, riflessione critica e poesia. Certo, in questo processo i confini della realtà si sfaldano, come accade in Dissoluzioni: la verità, l’autenticità, la coerenza morale vengono messe in discussione. Ma proprio da questa frattura nascono possibilità nuove, letterarie e conoscitive, per affrontare la complessità del mondo.

Puoi trovare il libro qui

L’imbarazzo, frammenti sparsi


L’imbarazzo di non essersene andato a studiare e vivere all’estero. A. prova l’imbarazzo di colui che non è emigrato per fare fortuna, per trovare una posizione, realizzare un sogno. Probabilmente non è uno dei migliori, dei più svegli o dei più intelligenti, si dice, un po’ contrito. Sarebbe dovuto andare in America, o in Inghilterra, seguire il flusso, trovare un bel lavoro, essere avanti. Avrebbe dovuto adottare un’altra lingua, altre abitudini, sentirsi meglio, più riconosciuto, nel posto giusto per realizzare il proprio talento. Così avrebbe potuto provare nostalgia, rimpiangere, pensare che comunque era meglio tenersi alla lontana da un paese mediocre, che si percepisce grandioso, dove si vive male e lo si sopporta raccontandosi di come si mangia bene. Avrebbe guardato di tanto in tanto qualche programma, così, per sapere cosa succedeva, e aggiornarsi con ciò che poteva, ma con quella passione fredda e un po’ distante dell’entomologo imberbe che si china sulla blatta. E poi tornare con un vago accento, un senso di estraneità perturbante. Circondato dall’aurea del realizzato, arrivato fino a qualche cima, riverito. Soprattutto da un popolo di (falsi) esterofili. Se se ne fosse andato avrebbe potuto accarezzare l’idea di ritornare definitivamente e scegliere davvero il luogo in cui è nato. A. assapora la gioia del conosciuto e quella del perso, del ritrovato. Avrebbe proprio dovuto andarsene per apprezzare dove è rimasto.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

L’imbarazzo, frammenti sparsi


L’imbarazzo induce all’agitazione e nello stesso tempo è un blocco: la persona si ritrova nel doppio movimento, contraddittorio, di muoversi e bloccarsi. L’imbarazzo imbarazza a sua volta. Essere in imbarazzo è di per sé imbarazzante. Per questo poi è possibile che la situazione peggiori. Caduta in confusione, la persona fa qualcosa che non è né ciò che vorrebbe fare, né ciò che dovrebbe fare. Fa. E quello che fa può essere molto peggio di quello che ha fatto. L’imbarazzo si moltiplica.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

L’imbarazzo, frammenti sparsi


L’imbarazzo è transitivo. Si passa, si contagia. Come altre funzioni del cervello, avrà a che fare con i famosi neuroni specchio. È un’emozione che trova immediata risonanza nelle persone. È un’emozione di sponda, di secondo grado, di rimando, con diverse sfaccettature. Si è imbarazzati nel vedere qualcuno imbarazzato. Se si ha una certa intimità con la persona imbarazzata, l’imbarazzo si trasmette più violentemente. E poi si è imbarazzati al posto di qualcun altro. Lei veste così male che lui ne risente. Lui ha così poca cura di sé, che lei s’imbarazza quando sono fuori. Lui usa un linguaggio inappropriato e l’altro se ne imbarazza. Così come l’entusiasmo irrefrenabile di uno imbarazza l’altro. Proverbiale l’imbarazzo dei ragazzi nei confronti dei loro genitori. Succede quando si è adolescenti: i genitori sono figure imbarazzanti con le quali si preferisce non farsi vedere. Quando vanno a parlare con i professori, i genitori sembrano inadatti, inappropriati, impresentabili. Si parla meno dell’imbarazzo dei genitori nei confronti dei figli. Forse perché lo stereotipo vuole il genitore sempre felice del figlio, quando molto spesso, più spesso di quanto si dica, non è così. I figli possono essere fonte di grande imbarazzo. L’imbarazzo di chi ti sta accanto. L’imbarazzo è un’edera che s’inerpica sull’amore e lo rende meno limpido, lo crepa. Lo oscura. L’altro sente quell’imbarazzo e sotto di esso fatica a vedere il cuore.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Dissoluzioni. La morte di Van Gogh, mia moglie ed io (anticipazione)

La scoperta

Scopro che la morte di Vincent van Gogh è poco chiara. Quello che sapevo – si è ucciso nei campi in preda a un delirio – non è poi così evidente e accettato da tutti. Ci sono molti punti oscuri. Lo scopro ascoltando un podcast di Bruno Giordano Guerri. Quello che il podcast mi ricorda è che domenica 27 luglio 1890, nel primo pomeriggio, Van Gogh è andato nei campi a dipingere e lì si è sparato. Guerri, però, ha aggiunto altri particolari che non conoscevo: Van Gogh non è morto subito, sul colpo, ma è solo svenuto. La sera si è rialzato, è tornato alla locanda dove alloggiava, si è sdraiato a letto, è stato raggiunto dei medici, i quali hanno decretato che non si poteva fare nulla; e tutti hanno aspettato, medici e Theo – arrivato la mattina dopo – compresi, che Vincent morisse. Cosa che accadde la notte del 29 luglio, all’una e trenta del mattino. Guerri conclude: sembra che Van Gogh si sia sparato al fianco sinistro, che la pistola non sia mai stata ritrovata e che forse non si sia sparato nei campi, ma dietro le case di qualcuno, in un letamaio. Insomma, non si capisce bene cosa sia successo.

Voglio saperne di più, non so perché, ma voglio saperne di più. E la cosa sorprende per primo me. Van Gogh non mi è mai nemmeno piaciuto. Quando l’ho studiato all’università, Van Gogh mi è sembrato scontato, banale, già visto. Forse per via della sua fama, per i suoi quadri onnipresenti, alla fine non lo si apprezza più. Non che lui mi avesse mai particolarmente attirato: la sua follia, i suoi scatti d’ira, l’orecchio tagliato, il manicomio, tutta roba da storia di appendice, feuilleton da vecchio Ottocento. E quindi non so spiegare perché adesso ho deciso di scoprire qualcosa di più sulla sua morte.

Ho subito cercato informazioni su Google: la morte di Van Gogh. E ho trovato che molti altri se ne sono occupati. C’è anche il trafiletto di giornale originale de L’Écho pontoisien, un giornale locale di Pontoise, cittadina vicina ad Auvers-sur-Oise, dove Van Gogh viveva in quel periodo, a pochi chilometri da Parigi. Il trafiletto, datato 7 agosto 1890, riporta la seguente brevissima nota (tradotta da me e Google Translator):

”Domenica 27 luglio, uno di nome Van Gogh, trentasettenne, suddito olandese, pittore, di passaggio ad Auvers, si è sparato un colpo di pistola nei campi, ed essendo solo ferito, è rientrato nella sua camera d’albergo dove è morto due giorni dopo”. 

Pontoise, all’epoca, aveva un ospedale dove Van Gogh poteva essere portato, perché nessuno l’ha fatto? Parigi era, allora, a un’ora di treno, perché nessuno l’ha portato in ospedale nella capitale?

I dubbi riguardano innanzitutto il fatto in sé. Leggo qua e là, un po’ alla rinfusa, lo ammetto, ma non è chiaro dove si sia sparato Van Gogh. Il trafiletto dice nei campi, ma Guerri riporta la versione secondo la quale si è sparato dietro la casa di qualcuno, in un letamaio. Infatti, la signora Liberge, interrogata dopo anni, ricorda che il padre, che conosceva Van Gogh, affermò che non si era sparato dove si diceva (nei campi), ma in rue Boucher (dalla parte opposta dei campi, ho controllato su Street View) dove era entrato in un cortile di una piccola fattoria, si era nascosto in un letamaio e lì si era sparato. Ma lui come ha fatto a saperlo? L’ha visto? Ma come ha potuto vederlo se era nascosto in un letamaio? Ha sentito lo sparo? Ma allora perché non è intervenuto? Sembra che Van Gogh sia rimasto ore disteso in quel letamaio prima di rientrate, la sera, alla locanda dei Ravoux, dove alloggiava. Il signor Liberge dov’era?

La testimonianza della signora Liberge sembra poi ripresa da Emile Bernard, amico di Van Gogh che, quattro giorni dopo la morte del pittore, scrive all’amico Aurier, un critico che per primo aveva apprezzato il lavoro di Vincent: 

“Domenica sera, è andato nella campagna di Auvers, ha appoggiato il cavalletto ad un covone, ed è andato a spararsi un colpo dietro al castello. Sotto la violenza dello choc – la pallottola aveva sfiorato il cuore – è caduto, ma si è tirato su tre volte di seguito, per rientrare alla locanda dove aveva una stanza…”. 

Come faceva Bernard a sapere tanti dettagli? Nessuno sembra aver mai parlato, tantomeno Vincent, di essersi alzato tre volte, di seguito, per di più. Insomma, le dicerie sulla fine di Van Gogh sembrano moltiplicarsi, complicarsi, arricchirsi, contraddirsi, perdersi, cosicché è difficile capirci qualcosa, distinguere ciò che è possibile da ciò che è vero, il plausibile dal verosimile. La cosa m’interessa sempre di più. 

Ne ho parlato con mia moglie. Mi incoraggia a continuare. Come sempre. Lei mi incoraggia sempre quando mi imbatto in cose che mi attraggono. Poi le ho detto che vorrei scriverci sopra qualcosa e allora lei mi dice che è una buona idea. Dice sempre che ho delle buone idee. Che devo fare questo nella vita, scrivere delle mie buone idee. Ma io non ci credo. Non credo di avere buone idee né di essere capace di scriverne. Ci vuole ben altro spessore del mio per fare, dell’avere buone idee, un mestiere. Io non ce l’ho, quello spessore. E poi lo fanno in troppi. Sono insofferente a tutto ciò che è comune, diffuso, condiviso. È lo stesso motivo per cui Van Gogh non mi piace. Troppo parlato, visto, scritto. E poi non ho la costanza. Mi perdo. Ad un certo punto perdo entusiasmo e non mi pare che abbia senso continuare. Così non si arriva mai da nessuna parte. E io non arrivo da nessuna parte, infatti. Anche tutto questo non finirà. Mi pare che non serva a niente. 

A che cosa serve vivere? chiede lei sarcastica. L’idea che le cose debbano servire a qualcosa mi ossessiona e mi fa male, penso io. 

A cosa serve danzare, fare uno spettacolo di danza, che non rimane e non viene nemmeno capito? dice lei, e sento anche che è rammaricata, dolorosamente consapevole che non sono molti quelli che apprezzano lo sforzo che fanno lei e i suoi colleghi ballerini. Già, infatti. 

Lo so che anche per te è difficile accettarlo, dice. Già, anch’io sono figlio di questa visione monoteistica della produttività. Le cose devono servire. Tutto deve avere un fine, un obiettivo, un senso e soprattutto essere utile. Da qui, lo sento, arrivare a che le persone devono servire il passo è breve. Mi pare, ora che lo scrivo, che questa mentalità sia quella dello schiavo. Anche il padrone è uno schiavo. Chiunque sia soggetto a questo dio è uno schiavo. Quando tutto deve essere utile, servire a qualcosa, cosa farne di tanta parte della nostra vita? Nessuna meraviglia che ci si senta alienati in una società così impostata. Che fare della bellezza, del pensiero, del pensare, del divagare, del sognare, del sentire? Cosa farne di giornate luminose e, come ora, di un vento forte che sferza il viso e ti lascia un sapore pulito? Cosa fare di quell’allenarsi, preparare, combattere, certe volte, per fare uno spettacolo che poi non sempre è compreso, se non proprio apprezzato? A che pro? A che pro l’arte, quindi? Già, a che pro? In mente mi risuonano antichi strali contro tutto ciò che non è utile. Non sono convinto che riuscirò ad andare avanti. 

Per avere il libro vai su Amazon