Dopo 8 anni, innumerevoli versioni e revisioni, dopo tanti dubbi (se lo leggete capirete) alla fine ho deciso, anche grazie agli incoraggiamenti di chi l’ha letto in anteprima, di pubblicarlo. C’è anche la versione in ebook.
È disponibile sulle piattaforme e nelle librerie se ordinato. Qui lo trovi su Amazon
Arriva sempre un momento, nella vita di ognuno di noi, credo, in cui si tratta di leggere qualcosa di Simenon. Questo è il suo romanzo più breve e racconta la storia (sembra un lungo piano sequenza) del professor Jean Chabot, un ginecologo di successo, dalla vita apparentemente tranquilla e agiata. Ma ben presto capiamo che il professore coltiva un’insoddisfazione profonda. Senza capire bene perché, cosa c’è che non va nella sua vita, è sempre più stanco e sempre più lontano da tutti, da sua moglie, dai figli, dai parenti, dai pazienti. Fa i conti con la vecchiaia, con l’incubo di non poter più esercitare la sua professione e nella sua memoria ritorna una specie di senso di colpa, qualcosa che ha a che fare con una giovane inserviente della clinica, che lui soprannomina “l’orsacchiotto” per la sua tenerezza e ingenuità. La scrittura di Simenon è asciutta, scorrevole, precisa, direi “professionale”. Il racconto arriva alla fine senza che uno se ne accorga. E la fine non è ciò che ci si aspetta.
“Indagine su un colpo di stato” di Ariel Dorfman è un’opera intensa e complessa. Il romanzo, sotto la veste di un giallo che indaga sulla morte di Salvador Allende, si trasforma in un’analisi profonda dell’anima di un paese ferito e di un uomo lacerato dal senso di colpa. Dorfman intreccia magistralmente la storia personale di Ariel, lo scrittore esiliato, con la storia collettiva del Cile, creando un affresco vivido e doloroso. Inoltre, attraversa il romanzo un personaggio particolare che sta creando un museo dedicato ai suicidi, il cui scopo è quello di aiutare l’umanità a capire che si sta suicidando (il titolo originale, in inglese, è infatti: Il museo dei suicidi).
“Indagine su un colpo di stato” è un romanzo che va oltre il genere del giallo storico, offrendo una riflessione profonda e toccante sulle ferite di un paese e di un uomo.
La cosa che noto di più, parlando con alcune persone, è la severità con cui si trattano. La conosco molto bene. E’ un desiderio poco consapevole di essere perfetti che porta ad essere molto cattivi con se stessi, quando si scopre di non esserlo.
Non ricordo da dove ho tratto questa storia. Ma oggi avevo desiderio di condividerla.
“Ogni giorno, un contadino portava l’acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio, perdeva acqua. L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione: “Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”.
Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: “Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite”.
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse: “Guarda il bordo della strada”. “Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!”rispose l’anfora. “Hai visto? E tutto questo solo grazie a te” disse il padrone. “Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo, tu li innaffi ogni giorno”.
La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì piena di gioia. Abbiamo tutti ferite e screpolature, ma, se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni.”
Fermate gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane con un osso succulento, chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Fate fare cerchi lamentosi agli aereoplani lassù scrivendo in cielo il messaggio “Lui È Morto”. Allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni, i vigili si mettano guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest, la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica, il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, la mia lingua, il mio canto; pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.
Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotate l’oceano e sradicate il bosco; perché niente adesso può più servire a qualcosa.
Non esiste un vascello come un libro
per portarci in terre lontane
né corsieri come una pagina
di poesia che s’impenna.
Questa traversata la può fare anche un povero,
tanto è frugale il carro dell’anima
(Trad. Ginevra Bompiani).
Nel suo libro Undid in the land of undone, la poeta Lee Upton, dei Gemelli, scrive: “Tutte le cose che volevo fare e non ho fatto mi hanno preso moltissimo tempo. Ho passato anni a non fare”.
Dall’oroscopo di Rob Brezsny, 14 giugno 2023, Internazionale
Ho sempre desiderato scrivere, ma non so né perché e né cosa. “Scrivere” poi non è nemmeno un modo esatto di descrivere la mia pulsione. Compongo continuamente nella mia testa frasi o abbozzi di storie che so che dovrei scrivere prima o poi, ma non lo faccio. Mi sembra una fatica immane e vuota. E così taccio e continuo a fare quello che devo fare. In fondo, ridò braccia all’agricoltura.
Questo amore Questo amore malato, denutrito, fatto di parole smozzicate. Questo amore usato, digerito, buttato in pasto al popolo ignorante come fosse una cosa interessante. Questo amore corrotto dalla noia, dei grandi amatori della storia, masticato da cento letterati, vomitato da principi e prelati. Questo amore che accoglie, che perdona, fatto per gente dalla bocca buona. E’ un amore di fradicia letizia, che assolve tutto, pure l’ingiustizia. Questo amore sciancato, deficiente, sbattuto sulla faccia della gente come l’osso al cane disperato. Questo amore scarnito, rosicchiato, coi suoi stracci di corpo denudato. Questo amore di cui si parla tanto, celebrato con tutte le grancasse. Questo amore è disceso tra le masse, elargito per grazia del potere perché tutti ne possano godere. E’ un amore deforme, malandato, generato dal vecchio capitale tra le cosce del mondo occidentale. Per questo amore è meglio non cantare perché non c’è una musica che tenga. E questa mia canzone sgangherata non sa nemmeno cosa la sostenga. Avesse almeno la grazia più sgolata di una puttana sola, disperata, piuttosto che la facile malia, il fascino penoso di nostra borghesia. Ma quell’amore che era una certezza si è assopito con l’ultima carezza. Ha ripiegato pian piano le sue foglie rinunciando per ora alle sue voglie. L’anima mia per questo si è ammalata non sogna più e resta addormentata. Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori. Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori.
Pensa che si muore e che prima di morire tutti hanno diritto a un attimo di bene. Ascolta con clemenza. Guarda con ammirazione le volpi, le poiane, il vento, il grano. Impara a chinarti su un mendicante, coltiva il tuo rigore e lotta fino a rimanere senza fiato. Non limitarti a galleggiare, scendi verso il fondo anche a rischio di annegare. Sorridi di questa umanità che si aggroviglia su se stessa. Cedi la strada agli alberi.
Di Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, 2017, p.7.