L’imbarazzo, frammenti sparsi


Una sensazione angusta e confusa inventata dai salotti bene dell’Inghilterra dell’età della reggenza, 1811-1820. L’imbarazzo non ha la dimensione morale della vergogna. Si tratta di una forma di vergogna più leggera, momentanea, circoscritta e consapevole. È un’umiliazione legata a un’infrazione di regole sociali commesse davanti a qualcuno. L’imbarazzo scatena un forte desiderio di non essere lì, o un altrettanto forte desiderio di scomparire.L’impossibilità di farlo, l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo altrui è la nostra cifra. Possiamo mentire, nasconderci, simulare o dissimulare, ma dobbiamo essere presenti.“L’imbarazzo è sempre legato a una situazione contingente e presente.”  È l’emozione del qui e ora, della presenza immanente. L’imbarazzo è l’emozione dell’esserci.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi

Pubblicato nel 2022, “Ferrovie del Messico” è un diventato un caso editoriale, ha vinto numerosi premi, è stato tradotto in più lingue, ed è stato acclamato dalla critica: oltre 800 pagine nelle quali si diluisce una trama, apparentemente semplice, è ambientata nel febbraio 1944 ad Asti, durante la Repubblica di Salò. Francesco “Cesco” Magetti, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, tormentato dal mal di denti, riceve un ordine assurdo dall’alto (dalle gerarchie naziste): compilare una mappa delle ferrovie del Messico. Per farlo, deve trovare un libro misterioso, la Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di Gustavo Adolfo Baz, che forse esiste, forse no. Attorno a questo Griffi costruisce è un romanzo corale pieno di personaggi speciali. Ci sono: Tilde Giordano, ragazza folle e colta di cui Cesco si innamora; Steno, partigiano senz’armi; don Tiberio, prete confinato per le sue “insane passioni”; Epa, cartografo samoano; persino Hitler ed Eva, ritratti in modo satirico mentre litigano sull’uso degli anglicismi. La qualità della scrittura è indiscutibile. Griffi padroneggia una grande varietà di registri linguistici: passa dal colloquiale al poetico, dal dialetto alla prosa lirica, dall’italiano colto alle parlate regionali. Gli elenchi infiniti – pagine dedicate all’accumulo di descrizioni, colori, figure mitologiche – rappresentano momenti di virtuosismo letterario che rimandano a Gadda, Joyce, Borges, alla grande tradizione della letteratura enciclopedica. Un virtuosismo che a volte può risultare un po’ fine a se stesso. L’ambizione di “contenere tutto”, quella che Marco Drago nella postfazione definisce la possibilità di un libro che “potrebbe non finire mai”, si può trasformare anche in un limite. Le digressioni generano altre digressioni, i personaggi si moltiplicano, i piani narrativi si accumulano, e il lettore rischia di smarrirsi non per la bellezza del labirinto, ma per la fatica del percorso. Intendiamoci, questa considerazione non sminuisce il valore dell’opera. Forse la identifica. La definisce. Poi ognuno ha i suoi gusti. Ferrovie potrebbe essere disturbante, ma è anche chiara l’aspirazione a ridefinire le possibilità della narrativa. Chi ama la letteratura che osa, che non teme di perdersi nelle sue digressioni, che costruisce universi infiniti attraverso la parola, troverà in questo libro un’esperienza unica. Gli altri potrebbero preferire narrazioni più asciutte, più contenute, più equilibrate, dove emerge meno la volontà di autore di mettersi in mostra o in monstre. Ed è legittimo. Personalmente, sono felice di aver letto questo romanzo. Mi ha fatto riflettere sulla scrittura, sull’equilibrio, sul coraggio necessario per tentare l’impossibile, sulla forza di un desiderio, su cosa mi piace, alla fine.


Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, Laurana Editore, 2022.

La promessa dell’alba, di Romain Gary

Pubblicato nel 1960 da Gallimard, dopo il successo del suo romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo), che nel 1956 gli aveva fatto vincere il Premio Goncourt (massimo riconoscimento letterario francese, che non si può assegnare due volte e che Gary ha vinto due volte! ma questa è un’altra storia), primo romanzo ecologista, Gary (il cui vero nome è Roman Kacew) è a un momento di svolta personale: ha intrapreso la carriera diplomatica dopo aver partecipato alla guerra da protagonista e sta iniziando a concepire la scrittura come una seconda vita, o meglio come una messa in scena della vita stessa. È una forma di no fiction che ritroveremo in modo ancora più esplicito in Cane bianco e che precede la moda della no-fiction o di quell’autobiografia romanzata che in Emmanuel Carrère ha trovato la sua forma più compiuta. Con La promesse de l’aube Gary racconta la sua infanzia in Lituania e in Polonia, l’emigrazione in Francia, ma soprattutto l’amore smisurato e determinato della madre e il suo sogno, del tutto incongruo, assurdo, di vedere suo figlio diventare un grande uomo (uno scrittore francese, un diplomatico!). E il finale è uno dei più belli che io abbia mai letto.

La vie heureuse, di David Foenkinos

Noi tutti, a un certo momento della nostra esistenza, vogliamo essere un altro. C’è un grande desiderio di morire e rinascere», scrive David Foenkinos

La vie heureuse di David Foenkinos è il suo ultimo romanzo (2025, Gallimard) che si muove sul confine tra il quotidiano e l’assurdo, tra il desiderio di vivere e la tentazione di sparire. Il protagonista, Éric, è un uomo che sebbene realizzato appare ultimamente piuttosto spento. Divorziato per assenza di stimoli, un lavoro dove eccelle ma che non lo entusiasma più, un figlio che vede poco e che lo considera ancora meno. Ad un certo punto, in un viaggio di lavora in Corea, sparisce dai radar della collega che lo aspetta invano. Cosa succede? Dov’è finito? Perché sparisce così?

Foenkinos, con la sua scrittura limpida e ironica, affronta un tema universale: il bisogno di cambiare vita, di essere, almeno per un attimo qualcun altro. Ma affronta anche un altro tema, più indirettamente: quello di dare un senso appropriato alla propria esistenza. Nella ricerca di essere un’altra persona, va aggiunto anche il bisogno di senso, che ad un certo punto preme di più. Eccellere, diventare bravi, apprezzati, vincere qualcosa, non basta più. La narrazione alterna momenti di malinconia a lampi di comicità, riflessioni profonde a scene di disarmante semplicità. Foenkinos conferma la sua abilità nel far convivere ironia e introspezione, ma sceglie volutamente di non costruire personaggi eroici o memorabili: sono figure fragili, specchi di una condizione diffusa, dove la ricerca di senso è più importante della trama. Un libro che ho letto in viaggio, dall’aeroporto a casa e che in pochi giorni s’è consumato, con leggerezza, acume e ironia, tratti tipici della scrittura di Foenkinos. Forse un grande artigiano del romanzo, forse uno scrittore notevole. Non ho ancora deciso. Ancora qualche romanzo.