Mensaleri, di Wu Ming 2

Mensaleri è l’ultimo romanzo di Wu Ming 2, membro fondatore del collettivo narrativo Wu Ming, autore di opere che hanno segnato la letteratura italiana contemporanea a partire da Q (1999), firmato come Luther Blissett.

Il romanzo si sviluppa come una saga di oltre un secolo, dall’unificazione italiana fino agli anni Novanta del Novecento. Al centro della narrazione troviamo la cartiera Carmen (abbreviazione di Cartiera Mensa), costruita nel 1868 da Nazzaro Mensa sull’isola immaginaria di Parpai, lungo il fiume Leri. Di fronte allo stabilimento sorge Mensaleri, il villaggio operaio che prende il nome dalla famiglia fondatrice. Il progetto appare come il sogno di un imprenditore illuminato, il tipico paternalista di fine Ottocento, ma intorno a Nazzaro non ci sono solo ingegneri e tecnici: c’è anche un mago che legge i tarocchi e lo affianca nelle decisioni. E c’è un antico rituale attorno ai bachi da seta, una Madonna troppo svestita e vestali custodi di un antico segreto. La seconda linea temporale si apre nel 1995, quando la cartiera cade in disuso e il villaggio entra in crisi. Compare allora Riniero Mensa, pronipote del fondatore, con un ambizioso progetto di riconversione che promette di coniugare lavoro, ambiente e rigenerazione urbana. A dare voce alla memoria del villaggio viene chiamata Toni Pohlmann, regista teatrale, insieme alla figlia adolescente Neda. Entrambe scopriranno segreti rimossi, presenze inquietanti e conflitti mai sopiti.

Mensaleri è un romanzo complesso e stratificato, che coniuga la ricerca storica tipica del collettivo Wu Ming con elementi gotici, magici e di critica sociale. Lo fa con una scrittura rigorosa, sempre asciutta, mai enfatica, che non cede mai al bel gesto fine a se stesso. Del resto, il percorso artistico dei Wu Ming, insieme o come solisti, è uno dei più originali e interessanti del panorama italiano. A venticinque anni dall’esordio, i Wu Ming sono ancora (purtroppo) un unicum nella letteratura italiana: un esperimento di scrittura collettiva, di impegno politico-culturale e di narrazione storica che ha generato tanto entusiasmo quanto diffidenza, tanto studio accademico quanto polemica giornalistica. Indubbiamente, però sono un gruppo di scrittori con cui è bene confrontarsi, imprescindibili nel panorama artistico italiano. Il loro lavoro è caratterizzato da una coerenza e serietà da studiosi (di storia, innanzitutto, ma non solo) prima che da letterati, ed una ricerca di forme di dissidenza, di smarcamento dal modo usuale di fare “lo scrittore” o scrittura (si veda i loro spettacoli) che meritano attenzione e approfondimento. Il loro modo di riscrivere secondo linee aggiornate una visione “comunista” del mondo e delle sue dinamiche sociali, di classe, sarà anche criticabile, ma non è banale.

“Q”, scritto nel 1999 con gli autori neanche trentenni, è senza ombra di dubbio un capolavoro che segna una modalità di stare nella letteratura italiana che, almeno a mia conoscenza, non aveva (e non ha) precedenti, (né conseguenti). Una letteratura robusta che non cede a nessuna tentazione per il biografico, l’autobiografico o l’auto fiction. E Mensaleri non delude. Come sempre si avverte il grande lavoro di archivio, di studio, di precisione storica. Come sempre c’è una critica al capitalismo d’antan, alle sue forme che ha assunto nella storia, quasi sempre menzognere, perché, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo più spesso, il capitalismo è una delle forme di sfruttamento delle persone più riuscite della storia. Anche in Mensaleri torna il particolare sguardo sul mondo dei lavoratori, della fabbrica, che tanta parte della nostra cultura ha segnato e che ahimé oramai è quasi scomparso e che ha da tempo smesso di essere rivoluzionario, per essere l’avanguardia di posizioni reazionarie. Come sempre c’è una scrittura equilibrata, pulita, sorvegliata, padroneggiata, al massimo, e di cui ho apprezzato tantissimo le parti scritte alla seconda persona plurale che danno una particolare enfasi al racconto. E proprio la coralità delle voci, il respiro secolare della narrazione e l’intreccio tra reale e fantastico ne fanno un’opera avvincente che interroga il rapporto tra lavoro, comunità e memoria.

Einaudi, Stile Libero, settembre 2025, pp. 469, € 21

Per approfondire il lavoro dei Wu Ming visita il loro sito Giap

Gli aquiloni, di Romain Gary

Prima di questo ho letto Cane Bianco e ancor prima ho riletto Clair de femme. E poi ho riletto La promessa dell’alba e La notte sarà calma… insomma Romain Gary è uno dei miei autori preferiti.

Pubblicato nel 1980, pochi mesi prima della morte, Gli aquiloni è l’ultimo romanzo di Gary. La storia è quella di due ragazzi che si amano e crescono prima, durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ludo e Lila si conoscono bambini in Normandia, nel villaggio di Cléry, dove lo zio di Ludo gestisce un piccolo albergo. Lei è polacca, ebrea, figlia di un ricco commerciante. Lui è un ragazzo di campagna che sogna di diventare un eroe. Il loro amore nasce tra gli aquiloni che Ludo costruisce e fa volare – aquiloni sempre più grandi, sempre più belli, sempre più impossibili – e cresce negli anni prima della guerra, quando tutto sembra ancora possibile. Poi arriva il 1940, l’occupazione nazista, la Resistenza. Ludo diventa aviatore della France Libre, combatte al fianco degli inglesi. Lila e la sua famiglia si nascondono, scappano, cercano di sopravvivere. E gli aquiloni diventano il simbolo di un amore che resiste alla distanza, alla guerra, alla Storia stessa. Gary costruisce un romanzo dove la dimensione privata e quella collettiva si intrecciano continuamente. La storia d’amore tra Ludo e Lila è anche la storia della Francia occupata, della Resistenza, della Shoah. E Gary non risparmia niente al lettore: la violenza dell’occupazione, l’orrore dei campi di sterminio, il tradimento, la paura. Ma anche la bellezza, il coraggio, la fedeltà. Quello che mi colpisce sempre di Roman Gary, è la lucidità dello sguardo. Non c’è retorica, non c’è sentimentalismo. C’è invece una consapevolezza profonda della condizione umana, della sua fragilità e della sua grandezza. Gary sa che l’amore non salva dall’assurdità del mondo, ma sa anche che è l’unica cosa che rende il mondo sopportabile. Gli aquiloni è un romanzo sulla memoria, sulla necessità di ricordare. È un romanzo sull’impossibilità di tornare indietro, sul peso della Storia sulle vite individuali. Ma è anche un romanzo sulla bellezza, su quegli aquiloni che continuano a volare anche quando tutto sembra perduto. E il finale… beh, il finale è Gary. Intenso, struggente, necessario.

Se volete saperne di più, potete leggere qui.

Gli aquiloni, di Romain Gary (Neri Pozza, 2017 (1980))