Pubblicato nel 1960 da Gallimard, dopo il successo del suo romanzo Les racines du ciel (Le radici del cielo), che nel 1956 gli aveva fatto vincere il Premio Goncourt (massimo riconoscimento letterario francese, che non si può assegnare due volte e che Gary ha vinto due volte! ma questa è un’altra storia), primo romanzo ecologista, Gary (il cui vero nome è Roman Kacew) è a un momento di svolta personale: ha intrapreso la carriera diplomatica dopo aver partecipato alla guerra da protagonista e sta iniziando a concepire la scrittura come una seconda vita, o meglio come una messa in scena della vita stessa. È una forma di no fiction che ritroveremo in modo ancora più esplicito in Cane bianco e che precede la moda della no-fiction o di quell’autobiografia romanzata che in Emmanuel Carrère ha trovato la sua forma più compiuta. Con La promesse de l’aube Gary racconta la sua infanzia in Lituania e in Polonia, l’emigrazione in Francia, ma soprattutto l’amore smisurato e determinato della madre e il suo sogno, del tutto incongruo, assurdo, di vedere suo figlio diventare un grande uomo (uno scrittore francese, un diplomatico!). E il finale è uno dei più belli che io abbia mai letto.
La promessa dell’alba, di Romain Gary