
Pensare non è essere d’accordo o in disaccordo: questo è votare.
Robert Frost, poeta (1874-1963)
Autore, collettore

Pensare non è essere d’accordo o in disaccordo: questo è votare.
Robert Frost, poeta (1874-1963)
Là dove non mi sono mai avventurato, ben al di là
di ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel tuo più fragile gesto ci sono cose che mi racchiudono
o che non posso toccare perché sono troppo vicine
Il tuo più soave sguardo può facilmente chiudermi,
anche se io sono chiuso come dita
Tu mi apri petalo a petalo come la Primavera apre
(con abile tocco e misterioso) la sua prima rosa
o se tu vuoi che io mi chiuda, io e
la mia vita ci chiuderemo meravigliosamente, all’improvviso
come quando il cuore di questo fiore immagina
la neve che cade con prudenza
Nulla che si possa vedere in questo mondo eguaglia
il potere della tua intensa fragilità: la cui complessa trama
m’intriga come i colori delle sue vastità
restituendo morte ed eternità ad ogni respiro
(Io non so cosa di te in me chiude ed apre
solo qualcosa in me comprende
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
Nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.
E.E. Cummings
Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita.
ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva;
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda,
e andar contro la legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere, avranno sentimento;
saran terra, ma terra innamorata.
da Francisco De Quevedo, Sonetti Amorosi e Morali, pp. 27, Einaudi, Torino, 1989.
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, nè di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera
e l’infinita vanità del tutto.
di Giacomo Leopardi
Poeta naufrago della vita sta per soccombere ai suoi lazzi.
Inesperto del vivere, riconosce il morire solo a sprazzi.
E’ a corto di vita ma non sa proprio rinunciare
(ancora tramortito e boccheggiante)
al piacere delle metafore e del rimare.
“Non sono capelli i tuoi” debutta negativo
“ma fili di parole nere dove s’ingarbuglia una vita che non vivo”.
Dotato d’autocritica, affogherà senza orpelli
per vile onda che ignora il piacere dei capelli.
“Non sono capelli, no” presidia sagace
ma reti nelle quali il pesce più grande s’impiglia
stupito e felice”.
“Non sono capelli i tuoi” insiste lo scrivano
“ma anse inesplorate dove antichi velieri s’arenano;
selve intricate dove rari animali si stremano”.
Non sono capelli, mio caro l’Omero
ma complicate trappole di parole e baci
che nascondono il limite tra il finto e il vero.
“Non sono capelli, no” puntualizza
ma tessuto d’àncora dove il tempo volatilizza”.
Non sono capelli, no, ma una donna, pardon: una vita
cogliona, che delle parole farà una triste corona
alla quale, mio caro ispirato, resterai giustamente impiccato.
di Max Franti
Insegnami a dimenticare ciò che non sono stato
a lasciare una casa che non ho mai avuto
una terra che non ho mai abitato
della gente che non ho mai conosciuto.
Insegnami le forme segrete del conoscere
perché non ho appreso nulla di ciò che volevo sapere.
Insegnami a non temere il tempo che è passato
poiché non esiste più e, forse, non è mai esistito.
Insegnami la dovuta grammatica del perdono
e la dottrina che regola ogni condono.
Insegnami, perché non potrei continuare senza
i difficili algoritmi della pazienza.
Insegnami a rispettare il suo tempo e il suo dare
ad accettare ciò che non so far accadere.
di Max Franti
Premessa: trovate questa poesia nella sua versione originale e nella sua traduzione ufficiale qui. Questa che segue è una mia interpretazione che è sicuramente inappropriata e traditrice, ma la versione italiana non mi piaceva e mi sembrava più traditrice non tanto del significato letterario o storico, ma del significato vero e proprio della poesia di Dylan Thomas. Perciò me la sono aggiustata così:
Non andartene docile in quella ultima notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al finire del loro giorno;
ribellarsi al morire della luce.
Benché i saggi riconoscano alla fine che la tenebra è giusta
anche se dalle loro parole non vennero fulmini
non se ne vanno docili in quell’ultima notte.
I giusti, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una baia verde,
si ribellano al morire della luce.
Gli impulsivi, che il sole presero al volo e cantarono,
impararono troppo tardi d’averne impedito il cammino,
non se ne vanno docili in quell’ultima notte.
Gli austeri, vicini alla morte, ciechi si accorsero
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
si ribellano al morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste collina, maledizione
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quell’ultima notte.
Ribellati contro il morire della luce.
di Dylan Thomas

di Max Franti, Jewish Museum (Daniel Libeskind), San Francisco, 2015.

di Max Franti, SudAfrica, estate 2012
Voglio rendere grazie al divino
Labirinto di effetti e di cause
Per la diversità delle creature
Che compongono questo singolare universo,
Per la ragione, che non cesserà di sognare
Una mappa del labirinto,
Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che mi permette di vedere gli altri
Come li vede la divinità,
Per il duro diamante e l’acqua libera,
Per l’algebra, palazzo di esatti cristalli,
Per le mistiche monete di Angelus Silesius,
Per Schopenhauer
Che forse decifrò l’universo,
Per lo splendore del fuoco
Che nessun umano può guardare senza un’antica meraviglia,
Per il mogano, il cedro e il sandalo,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa
Che dona il suo colore e non lo vede,
Per certe vigilie e giornate del 1955,
Per i rudi mandriani che nella pianura
Incitano le bestie e l’alba,
Per il mattino a Montevideo,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole dette in un crepuscolo
Dall’una all’altra croce,
Per il sogno dell’Islam che abbracciò
Mille e una notte,
Per l’altro sogno dell’inferno,
Della torre di fuoco che purifica
E delle sfere gloriose,
Per Swedenborg
Che conversava con gli angeli nelle vie di Londra,
Per i fiumi segreti e immemorabili
Che confluiscono in me,
Per l’idioma che, secoli addietro, parlai in Northumbria,
Per la spada e l’arpa dei sassoni,
Per il mare, che è un deserto splendente
E un simbolo di cose che ignoriamo,
Per la musica verbale d’Inghilterra,
Per la musica verbale di Germania,
Per l’oro, che rifulge nei versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome d’un libro che non ho letto: Gesta dei per francos,
Per Verlaine, innocente come gli uccelli,
Per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,
Per le strisce della tigre,
Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
Per il mattino in Texas,
Per il sivigliano che scrisse l’Epistola morale
E il cui nome, com’egli avrebbe preferito, ignoriamo,
Per Seneca e Lucano, di Cordova,
I quali prima che lo spagnolo fosse scrissero
Tutta la letteratura spagnola,
Per il geometrico e bizzarro giuoco degli scacchi,
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
Per l’odore medicinale degli eucalipti,
Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
Per l’oblio, che annienta o modifica il passato,
Per l’abitudine
Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,
Per la notte, la sua tenebra e la sua astronomia,
Per il coraggio e la felicità degli altri,
Per la patria, sentita nei gelsomini
O in una vecchia spada,
Per Whitman e Francesco d’Assisi, che già scrissero la poesia,
Per il fatto che la poesia è inesauribile
E si confonde con la totalità degli esseri
E non giungerà mai all’ultimo verso
E muta secondo gli uomini,
Per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
Perché era così lenta a morire,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte,
Questi due tesori segreti,
Per gl’intimi doni che non enumero,
Per la musica, misteriosa forma del tempo.
di Jorge Luis Borges, L’altro, lo stesso, Tutte le opere, vol 2., p. 175.
L’orgoglio è la debolezza dei forti
Max Franti
Solo le parole contano. Il resto sono chiacchiere.
Eugene Ionesco, drammaturgo, (1909-1994)
Una sola luna turba tutte le notti:
è il loro dubbio improrogabile.
La loro ferita maculata.
Se sparisce torna costante.
Persevera: è la sua semplice forza.
Ad ogni notte ripropone
lo stesso bianco interrogativo
la stessa fuga circolare
la stessa verità luminosa.
Così le notti del mondo
tutte le notti d’ogni giorno
impazziscono e ognuna implora.
Non possono stare al buio
d’una realtà tutta nera.
di Max Franti
L’abbondanza non si compra, s’impara.
Max Franti
Nelle mie parole resta sempre un filo d’orrore
come tessute d’atavici timori
come ritrovassero paure antiche e costanti.
Spesso le scopro intessute d’ansia
un’ansia che non m’appartiene
ma che loro ricordano e di cui non sanno liberarsi.
Racconto a voce alta i miei pensieri
a voce bassa i miei sentimenti
parlo parlo parlo
perché tu possa capire, comprendere, amare.
Perché io possa dimenticare e fuggire.
Eppure altra la lingua delle mani, degli occhi, della pelle
dello scorrere delle dita.
Altra grammatica quella delle labbra che si aprono
dello stomaco che soffoca
del cuore che rincorre.
Diverso linguaggio
dove è impossibile distinguere
dove tutto racconta, nello stesso racconto
recita, negli stessi versi semplici
la felicità d’essere con te.
Le parole mute, attonite, stupite di non essere sole
restano in disparte.
Le parole sono la parte infelice del linguaggio.
di Max Franti
La miglior via di fuga è sempre attraverso
Robert Frost, Poeta, (1874-1963)
Parla pacatamente: sei più vecchio
di quello che a lungo sei stato; sei più vecchio
di te stesso – e ancora non sai
cosa siano l’assenza, la poesia, l’oro.
(…)
Sai cos’è il lutto, la disperazione tanto violenta
da soffocare il ritmo del cuore e il futuro.
Hai pianto fra estranei, in un negozio moderno
dove svelto continuava a girare il denaro.
Hai visto Venezia e Siena e, sulle tele come nelle vie,
tristi giovani Madonne che sognavano di essere
ragazze come tante e ballare a carnevale.
Hai visto piccole città, non certo belle,
gente vecchia, spossata dal tempo e dalle sofferenze.
Nelle icone medioevali brillavano gli occhi
di santi bruni, occhi ardenti di fiere.
Raccoglievi sassolini sulla spiaggia, a la Galère,
e di colpo avvertivi una così grande tenerezza
– per loro e per il pino snello, per coloro
che erano lì con te e per il mare
che è davvero possente, ma molto solo –
così grande, come se tutti fossero orfani
della stessa casa, separati per sempre
e condannati solo a vedersi per brevi istanti
nelle fredde prigioni del presente.
Parla pacatamente: non sei più giovane,
l’abbagliante incanto deve accordarsi con settimane di digiuno
devi scegliere, rinunciare, temporeggiare
e parlare a lungo con gli emissari di paesi aridi
e di labbra screpolate, devi aspettare,
scrivere lettere, leggere libri di cinquecento pagine.
Parla pacatamente. Non rinunciare alla poesia.
da Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Milano 2012
Il telefono da chiamare è lontano. Il numero da comporre è lungo. Il viaggio che ha intrapreso faticoso. Il telefono squilla. Una, due, tre volte, alla quarta parte il nastro. Il messaggio, il segnale. Un uomo chiama. Una segreteria telefonica risponde. Così per diverso tempo, diverse volte. La conversazione che tiene con la segreteria telefonica, con la persona all’altro capo che non risponde mai, è, all’inizio, una conversazione difficile, sofferta, a tratti rancorosa. Traspaiono, nemmeno troppo difficili da percepire, rimproveri e accuse. C’è come una sconfitta da giustificare, da comprendere o da recriminare. C’è come una paura, una decisione da prendere e la sempre più evidente difficoltà a prenderla. Poi, con il passare dei messaggi, come se il silenzio dell’altro redimesse qualcosa, l’uomo cambia tono. Scende a patti, accetta, chiede consiglio, chiede spiegazioni, chiede tempo, chiede perdono, scava, cerca, esplora, tenta.
Alla fine, dopo un lungo viaggio, durante il quale aveva fatto queste telefonate, rientra a casa. È sera, fa caldo. Apre tutte le finestre, illumina una casa che gli pare d’amare da sempre, ora che la rivede. Sistema un poco le cose, si prepara una cena veloce e già il viaggio sembra un sogno passato. Poi, si siede a fianco del telefono. La segreteria mostra tanti messaggi. Preme il bottone. Il messaggio, il segnale. Ascolta la sua voce, finalmente.
da La resa, di Max Franti, 2014