Se poggio l’orecchio a terra sento il cuore che batte. Pensavo fosse quello di Antigone. L’invincibile cuore di Antigone. Ma dov’è Emone, mio figlio? S’è perso, non si trova più. Un cuore che batte così forte non può essere solo. Ho seppellito Antigone da qualche parte che ho dimenticato con cura, con la cura folle di chi ha perso tutto, vincendo un regno.
Non so se è coraggio o speranza, se ho paura o desiderio, ma sono sceso lentamente, come un ladro, verso le prigioni, dove ho condannato Antigone alla terra. Le pietre del mio palazzo mi sono estranee: somigliano alle mie rughe. Emone, dove sei? Perché?
Discendendo scopro chi sono. Lo faccio con terrore. Scalino dopo scalino, pietra dopo pietra, il palazzo mi racconta un’altra storia, non quella che ho sempre voluto ascoltare. Ho seppellito Antigone perché aveva trasgredito. Emone non si trova e quella stanza era troppo grande per una donna sola e forte. Ho seppellito Antigone e mio figlio non si trova. Ho seppellito Antigone dentro di me.
Scendendo, il cuore incalza, non so se nelle orecchie o nel mio petto. La terra, spenta e bruna, arde e vive dentro quella stanza. Il battito arriva dalle fondamenta del palazzo e forse le sorregge. Antigone ha trasgredito alla legge, alla mia legge, alla mia povera legge, alla mia stupida legge. Non le ho permesso di seppellire il fratello. E adesso mio figlio non si trova.
Qualsiasi cosa incontri, quaggiù, vuole uscire, liberarsi alla luce. Non ero mai disceso così in profondità. L’odore acre della terra è pieno, denso, come portasse una sua verità. Ho di fronte la pietra che batte: di là, il cuore di Antigone. Il suono regolare della terra. Vedo i suoi occhi che mi guardano. Ho davvero seppellito Antigone? Questi occhi non sembrano capaci di essere seppelliti. Sono nel punto più profondo del mio palazzo. Ho seppellito Antigone e mio figlio è lì, con lei.
Un cuore batte ancora. Non è più il mio.