Da sempre mi attirano i libri che non sanno stare dentro un confine di genere, soprattutto tra narrativa e saggio. Forse perché anche io, scrivendo Dissoluzioni, mi sono nutrito di testi così: penso a HHhH di Laurent Binet (di cui ho già scritto qui), a L’avversario e a gran parte dell’opera di Emmanuel Carrère, ma anche a Sebald, a Ernaux e ad altri ancora. Sono libri che raccontano cose reali con gli strumenti della finzione, o che inventano per spiegare meglio ciò che è realmente accaduto.
Il libro di Benjamin Labatut, Quando abbiamo smesso di comprendere il mondo, appartiene pienamente a questa categoria di oggetti ibridi, e lo fa con un’intensità particolare. Parla di scienza, di scoperte, di riflessioni matematiche e fisiche, ma lo fa in una forma che destabilizza: non sai mai fino in fondo se ciò che leggi sia reale, ispirato al reale o completamente inventato. Eppure funziona, ed è proprio questo continuo slittamento a renderlo affascinante e intrigante.
Quello che mi conquista è la possibilità di leggere biografie e teorie matematiche come fossero parabole, racconti mitici, metafore della condizione umana. Non è la trama a trascinarmi, ma l’oscillazione costante tra sapere e immaginazione, tra cronaca e invenzione.
Labatut, giovane scrittore cileno, mostra come oggi non si debba (o forse non si possa più) scegliere un unico registro: la scrittura può essere insieme invenzione, documento, riflessione critica e poesia. Certo, in questo processo i confini della realtà si sfaldano, come accade in Dissoluzioni: la verità, l’autenticità, la coerenza morale vengono messe in discussione. Ma proprio da questa frattura nascono possibilità nuove, letterarie e conoscitive, per affrontare la complessità del mondo.