Parte prima, definizioni

Rispetto alla vergogna, l’imbarazzo sta guadagnando terreno. La morale ha sempre meno peso, rispetto alle buone maniere e alle convenzioni. È come se la superficialità guadagnasse profondità. 

Vergogna e imbarazzo si intrecciano, si confondono, si sovrappongono, si escludono. Definire le loro differenze è essenziale. L’una, la vergogna, è l’estrema conseguenza dell’imbarazzo. Questi è la sua versione portabile, sopportabile. Semplice, superabile. La vergogna investe l’intera persona: chi prova vergogna sente di essere sbagliato, difettoso, indegno. È un giudizio sul sé nella sua totalità. L’imbarazzo, invece, riguarda una situazione specifica: chi prova imbarazzo sente di aver fatto qualcosa di inappropriato, di essere stato colto in un momento infelice. Il sé resta intatto, è la circostanza che è andata storta.

La vergogna ha a che fare con la colpa, con la trasgressione di norme profonde, con il senso di aver violato qualcosa di importante. L’imbarazzo nasce dalla rottura di convenzioni più superficiali: gaffe, goffaggini, piccoli incidenti di facciata. Si può provare imbarazzo per aver detto la cosa sbagliata a una cena; si prova vergogna per aver tradito un amico.

Chi prova vergogna tende a nascondersi, a ritirarsi, a rompere il contatto con gli altri. La vergogna è centrifuga: spinge lontano dalla relazione. L’imbarazzo, paradossalmente, è centripeto: chi arrossisce, chi balbetta, chi abbassa lo sguardo sta comunicando qualcosa agli altri sta dicendo so di aver sbagliato, mi dispiace, voglio riparare. L’imbarazzo è un segnale sociale che facilita il perdono e ristabilisce l’armonia.

La vergogna può accompagnare una persona per anni, persino per tutta la vita. È un’emozione che si sedimenta, che diventa parte dell’identità. L’imbarazzo, invece, è l’emozione del qui e ora: intenso nel momento, ma destinato a dissolversi. Tra qualche ora, tra qualche giorno, l’episodio imbarazzante diventerà un aneddoto, forse persino divertente.

Si può dire a qualcuno “vergognati!” e quella persona può, almeno in teoria, provare vergogna per ciò che ha fatto. Ma non si può dire “imbarazzati!”. L’imbarazzo non risponde alla volontà, non si può indurre né comandare. Arriva da solo, guidato dal nostro inconscio e proprio per questo è così rivelatore.

L’imbarazzo è una porta d’accesso all’inconscio. L’imbarazzo, infatti, può essere letto come una manifestazione visibile di un lavoro di protezione di sé. Esso si genera quando il soggetto si percepisce esposto a un’istanza normativa interna (il Super-Io), o esterna (le norme sociali) mentre l’Es preme con i suoi contenuti desideranti. La dimensione corporea dell’imbarazzo – il rossore, il silenzio, lo sguardo abbassato – rende visibile, e perciò doppiamente disturbante, ciò che il soggetto vorrebbe mantenere nascosto, forse anche a sé stesso. Esso si rivela un nodo critico nella dinamica tra inconscio, censura e coscienza, una manifestazione indiretta o impropria dell’attività pulsionale. L’imbarazzo è dunque un sintomo in miniatura: piccolo, passeggero, ma rivelatore. Nell’economia freudiana della psiche, esso segnala, come il lapsus, il sogno o il sintomo, la presenza viva e attuale dell’inconscio.

L’imbarazzo e la vergogna hanno a che fare con una guerra civile. La peggiore delle guerra civili: la guerra con se stessi. 

Così Tiffany Watt Smith, Alla voce “Imbarazzo” da Atlante delle emozioni umane:“Le persone imbarazzate tendono a essere più generose, più disponibili e più volenterose per risarcire l’eventuale danno e per recuperare la propria immagine rispetto a quelle non imbarazzate. Sotto questo profilo, l’imbarazzo ha una funzione utile di adattamento, poiché la paura di provare un’esperienza di questo genere ci aiuta a comportarci secondo gli standard culturali, prevenendo forme di anarchia sociale.” La visione dell’imbarazzo come qualcosa di negativo trova qui un limite. Chi non è mai imbarazzato probabilmente avrà problemi di adattamento sociale. Dall’altra parte può avere buon gioco chi ritiene che l’imbarazzo favorisca il conformismo. Il limite ognuno dovrà deciderlo da sé.

Autore: Max Franti

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