L’imbarazzo, frammenti sparsi


L’imbarazzo di non essersene andato a studiare e vivere all’estero. A. prova l’imbarazzo di colui che non è emigrato per fare fortuna, per trovare una posizione, realizzare un sogno. Probabilmente non è uno dei migliori, dei più svegli o dei più intelligenti, si dice, un po’ contrito. Sarebbe dovuto andare in America, o in Inghilterra, seguire il flusso, trovare un bel lavoro, essere avanti. Avrebbe dovuto adottare un’altra lingua, altre abitudini, sentirsi meglio, più riconosciuto, nel posto giusto per realizzare il proprio talento. Così avrebbe potuto provare nostalgia, rimpiangere, pensare che comunque era meglio tenersi alla lontana da un paese mediocre, che si percepisce grandioso, dove si vive male e lo si sopporta raccontandosi di come si mangia bene. Avrebbe guardato di tanto in tanto qualche programma, così, per sapere cosa succedeva, e aggiornarsi con ciò che poteva, ma con quella passione fredda e un po’ distante dell’entomologo imberbe che si china sulla blatta. E poi tornare con un vago accento, un senso di estraneità perturbante. Circondato dall’aurea del realizzato, arrivato fino a qualche cima, riverito. Soprattutto da un popolo di (falsi) esterofili. Se se ne fosse andato avrebbe potuto accarezzare l’idea di ritornare definitivamente e scegliere davvero il luogo in cui è nato. A. assapora la gioia del conosciuto e quella del perso, del ritrovato. Avrebbe proprio dovuto andarsene per apprezzare dove è rimasto.

Tratto da L’imbarazzo. Storie di una emozione, di Max Franti, in via di pubblicazione.

Autore: Max Franti

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